Traduzione non ufficiale da The Red Herald.
Condividiamo una traduzione non ufficiale di un articolo di A Nova Democracia pubblicato il 18 maggio.
Il Perù conclude la prima metà del 2026 con il 25,7% della popolazione che vive in condizioni di povertà, secondo il più recente rapporto dell’Istituto Nazionale di Statistica e Informatica (INEI). Questa cifra rappresenta oltre 8,8 milioni di persone impossibilitati a provvedere ai propri bisogni fondamentali. La povertà estrema colpisce il 4,7% dei peruviani, ossia più di 1,6 milioni di persone che non possono coprire le spese mensili di una famiglia, mentre l’insicurezza alimentare raggiunge il 51,7% della popolazione, interessando oltre 17 milioni di abitanti.
I dati contrastano nettamente con la propaganda ufficiale di una “ripresa economica” e rivelano che la povertà rimane di 5,5 punti percentuali superiore al livello registrato prima della pandemia nel 2019. Anche adottando criteri ufficiali che non riescono a cogliere l’intera portata delle sofferenze vissute dalle masse, l’indagine mostra che il Perù resta tra i paesi della regione con le maggiori difficoltà nel ripristinare i propri indicatori sociali.
Mentre l’economia nazionale è cresciuta del 3,4% lo scorso anno, trainata dal settore minerario — principalmente orientato all’esportazione verso le potenze imperialiste — questo progresso non si è tradotto in una riduzione proporzionale della povertà. La povertà estrema, secondo i dati, continua infatti a colpire il 4,7% della popolazione. Ciò significa che oltre 1,6 milioni di persone non possono nemmeno permettersi un paniere alimentare di base, valutato a 260 soles al mese, equivalenti a circa 379 R$.
La divisione sociale è più marcata nelle regioni dove i grandi proprietari terrieri e l’industria mineraria, presentata come “industria della ricchezza nazionale”, convivono con una situazione caratterizzata da alti tassi di povertà. Cajamarca, Loreto, Puno, Pasco e Huánuco mantengono tassi di povertà superiori al 35%. Cajamarca guida questa classifica da un decennio. Nonostante l’economia regionale sia cresciuta del 7,5% lo scorso anno, l’agricoltura — settore da cui dipende la maggior parte delle famiglie contadine povere — è cresciuta solo dell’1,9%. Javier Herrera, direttore della ricerca presso l’Istituto Francese di Ricerca per lo Sviluppo (IRD), spiega che “il fatto che il PIL regionale cresca non significa necessariamente che aumentino i redditi delle famiglie”, sottolineando che il settore minerario assorbe pochissima occupazione e non beneficia i più poveri.
Nelle regioni rurali si concentrano povertà e mancanza di infrastrutture
La persistenza della miseria è particolarmente evidente nelle campagne peruviane, in un paese prevalentemente rurale segnato da relazioni di produzione arcaiche e semifeudali, insieme alla mancanza di infrastrutture, alla bassa produttività agricola e alla dipendenza da attività estrattive orientate all’esportazione. Il problema agrario è innanzitutto il problema della persistenza del feudalesimo in Perù — una questione che il vecchio Stato burocratico dei grandi proprietari terrieri è incapace di risolvere.
A Loreto, l’isolamento geografico e la mancanza di integrazione logistica fanno aumentare il costo della vita e limitano qualsiasi sviluppo. Miguel Alzamora, economista presso l’Istituto Peruviano di Economia (IPE), sottolinea che l’assenza di strade e infrastrutture di trasporto ostacola la circolazione delle merci. Questo abbandono pianificato dallo Stato condanna il dipartimento amazzonico a cicli di relazioni semifeudali, lasciando la popolazione di Loreto in balia di prezzi esorbitanti e dell’assenza di servizi di base.
Gli indicatori sociali evidenziano inoltre il peso della crisi nell’istruzione e nella sanità — pilastri distrutti dai governi succedutisi nel tempo. In regioni come Huánuco e Puno persistono gravi carenze educative. Javier Herrera avverte che a Cajamarca più della metà della popolazione non ha completato l’istruzione primaria, una situazione rimasta pressoché invariata negli ultimi vent’anni.
A ciò si aggiungono alti tassi di anemia infantile e malnutrizione in tutto il paese, che colpiscono il 43% dei bambini e superano il 70% in alcune regioni. Secondo l’ENDES 2024 (Indagine Demografica e di Salute Familiare), la malnutrizione cronica ha interessato il 12,1% dei bambini sotto i cinque anni in Perù, con un aumento di 0,6 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Questo arretramento è accompagnato da un’insicurezza alimentare che colpisce il 51,7% della popolazione — più di 17 milioni di persone.
Le famiglie povere sono costrette a diete di sussistenza basate principalmente su alimenti più economici e poveri di proteine e ferro. “I loro pasti mancano di alimenti ricchi di ferro”, spiega Jessica Huamán, coordinatrice della Piattaforma per la Sicurezza Alimentare (PSA), osservando che la mancanza di accesso ad acqua pulita e la presenza di scarichi fognari a cielo aperto perpetuano il ciclo di infezioni e malattie.
Lima concentra quasi un terzo dei poveri del Perù
Una tendenza allarmante che sta prendendo forza nel 2026 è la “urbanizzazione della povertà”. Per decenni la miseria è stata associata quasi esclusivamente alle aree rurali del Perù. Oggi la capitale, Lima, ospita il 32,6% dei poveri del paese. Il tasso di povertà nella Lima Metropolitana del 2025 era quasi triplo rispetto a quello del 2016. Attualmente vivono più persone in povertà a Lima che in tutte le aree rurali del Perù messe insieme. L’insicurezza alimentare (famiglie che non consumano il minimo necessario per sopravvivere) è più elevata nella capitale (41,6%) che nelle aree rurali (30,4%).
Un rapporto della ONG Oxfam, presentato al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, rivela che in Perù esiste una ricchezza concentrata di 3,1 miliardi di dollari nelle mani dei miliardari, mentre povertà e insicurezza alimentare restano elevate. La disuguaglianza è così profonda che in America Latina la ricchezza dei magnati cresce a un ritmo 16 volte superiore rispetto al resto del mondo. Oxfam riferisce che, mentre le fortune dei milionari crescono in media di 491.198 dollari al giorno, un lavoratore medio guadagna appena 4.815 dollari all’anno. In altre parole, un dipendente dovrebbe lavorare 102 anni per guadagnare quanto un magnate accumula in sole 24 ore.
Quasi la metà delle famiglie che vivono in povertà estrema a Lima dichiara di essere costretta a ridurre le porzioni, saltare pasti o trascorrere intere giornate senza mangiare. Questa realtà dimostra che i programmi sociali, progettati per le aree rurali e già inefficaci lì, non riescono nemmeno a servire adeguatamente la popolazione urbana. Sebbene i trasferimenti governativi abbiano evitato che la povertà fosse superiore di 7,2 punti percentuali, la loro portata non è tornata ai livelli precedenti alla pandemia. Inoltre, tali trasferimenti non affrontano le cause profonde dell’insicurezza alimentare per milioni di peruviani, nel contesto di una politica di austerità fiscale subordinata agli impegni finanziari del vecchio Stato.
La crisi in Perù non si limita alla sfera sociale ma si estende all’intero regime politico. In un decennio, il paese ha avuto nove presidenti, un dato che riflette l’instabilità cronica del vecchio Stato e le fratture tra le fazioni dominanti reazionarie — grande borghesia e grandi proprietari terrieri al servizio dell’imperialismo, in particolare statunitense. La successione di governi provvisori non è riuscita a rilanciare il capitalismo burocratico, a ristrutturare il vecchio Stato con un’effettiva centralizzazione del potere esecutivo né a reprimere la ribellione popolare, evidenziando una crisi generalizzata di decomposizione del capitalismo burocratico peruviano.
La crisi generale si è manifestata anche nel rigetto del regime politico al primo turno della recente farsa elettorale peruviana. Nessun candidato presidenziale ha ottenuto nemmeno il 20% dei voti validi, restando al di sotto della somma di voti nulli e bianchi, che ha superato i tre milioni. Dei 27,3 milioni di aventi diritto al voto, più di sei milioni non hanno partecipato alle elezioni.