In nome della modernizzazione della Sardegna e della green economy si sta aprendo una nuova fase della penetrazione dei grandi monopoli industriali dell’imperialismo italiano e straniero (compresa la Cina), con il depredamento di risorse naturali ed energetiche, il proliferare delle operazioni speculative ad opera del capitale finanziario, le devastazioni ambientali e paesaggistiche, l’impoverimento dell’economia dei piccoli produttori sardi. Accanto ai megaimpianti dell’eolico e del fotovoltaico[1] ed ai lavori in corso per l’attuazione del Tyrrhenian Link, che preleverà energia dalla Sardegna per “esportarla” nel resto dell’Italia ed in altri paesi europei, si sta consumando un ulteriore assalto alle coste sarde. Al centro l’area protetta di grande valore naturalistico di Cala Finanza davanti all’Isola di Tavolara. È previsto un intero complesso turistico di una trentina di strutture ruotanti intorno ad un Hotel di lusso, con campi da golf, altre infrastrutture ed un annesso porto turistico. 

L’economia sarda è caratterizzata dal settore turistico in cui spadroneggiano un ristretto numero di grandi imprese immobiliari sarde, che operano come intermediazione del grande capitale italiano ed estero. Il caso di Cala Finanza è eclatante visto che l’intera operazione di penetrazione del gruppo brasiliano, finanziato ed alimentato dall’imperialismo USA, che intende appropriarsi di quest’area delle coste, è stata preparata da intermediari sardi legati, per altro, ad ambienti economici e politici dell’impero della famiglia Berlusconi.

Per definizione, il turismo impoverisce i paesi in cui prospera come attività di particolare peso e rilievo economico, in quanto “genera” rendite sulla base del super-sfruttamento dei lavoratori dipendenti del settore e del duplice sistema di depredamento e di consumo, a volte irreversibile, delle risorse ambientali. Rendite che ingrassano il capitale finanziario del Nord e del Centro-Nord Italia e degli altri paesi imperialisti.

Sotto questo profilo si tratta di un’evidente manifestazione dell’oppressione semicoloniale a cui è soggetta la Sardegna insieme, peraltro, alla stragrande maggioranza del Meridione.

In Sardegna domina un capitalismo burocratico che detiene il potere politico a livello regionale e che opera in funzione degli interessi dell’imperialismo. 

Non a caso quello che dovrebbe essere il pilastro dell’economia sarda, ossia il settore dell’industria manifatturiera, è tutto nelle mani di ENI e di pochi grandi gruppi industriali e finanziari stranieri. Gruppi che, per altro, dopo decenni di sfruttamento degli operai e delle risorse, dopo aver inquinato aeree marine e campagne e diffuso montagne di rifiuti tossici, dopo aver intascato innumerevoli contributi regionali e statali, oggi stanno tenendo migliaia di operai sulla corda con minacce di chiusure, licenziamenti e delocalizzazioni. Anche in questo caso sono presenti ed operano, in particolare nel polo di Cagliari, imprese industriali sarde rapaci e servili, che mirano ad aumentare i profitti all’ombra dei monopoli dell’imperialismo.

Tutto questo si ripete nel caso dell’agricoltura, del comparto zootecnico, del commercio, della sanità privata. Ovunque si manifestano le stesse caratteristiche di un’economia volutamente mantenuta in uno stato di arretratezza, con decine e decine di migliaia di microimprese e piccolissime aziende che non possono accumulare capitale e che quindi non possono investire e svilupparsi in senso effettivamente capitalistico.

Aziende strozzate dai bassi prezzi dei prodotti all’origine imposti loro dalle grandi cooperative ed imprese di trasformazioni sarde. Si tratta di un capitalismo burocratico cresciuto, grazie allo Stato ed al potere politico regionale, sulle cosiddette riforme agrarie ed industriali degli anni Cinquanta e Sessanta. Le stesse che hanno posto le basi per l’espropriazione progressiva di miriadi di aziende troppo piccole per poter sopravvivere e svilupparsi. Situazione che, appunto, si è anche tradotta nell’acquisto speculativo di terreni agricoli, poi magicamente convertiti in edificabili e diventati quindi fonti di elevate rendite per le imprese sarde di medie dimensioni e per quelle dei monopoli italiani ed esteri.

Di fronte all’attacco in corso ai danni delle masse popolari sarde e delle risorse ambientali della Sardegna, è necessario collegare il movimento antimperialista che si è delineato in questi ultimi anni in Italia a partire dal sostegno alla resistenza del popolo palestinese, con il sostegno alle mobilitazioni in corso contro l’assalto alle risorse naturali e alle coste sarde. È necessario un movimento antimperialista unitario che supporti le iniziative del popolo sardo, che assuma la centralità della questione meridionale e che ponga all’ordine del giorno la preparazione di una rivoluzione democratico-popolare antifascista sulla via del socialismo. Non c’è dubbio che la vittoria di una rivoluzione di questo tipo saprà anche rispondere nel modo più adeguato, su base internazionalista ed antimperialista, alle istanze di autodeterminazione che si manifestano, oltre che in Sardegna e, in parte, in Sicilia. E questo anche nella forma di un nuovo e vasto movimento capace di affermare, nel quadro di una rivoluzione ininterrotta, una rinascita del Sud diretta e gestita dal proletariato, dalle grandi industrie e banche socializzate, dalle piccolissime e piccole aziende (artigianali, agricole, pastorali, edili, turistiche, commerciali ecc.) e dal resto delle masse popolari.

SOSTENIAMO LE MANIFESTAZIONI E LE PROTESTE IN CORSO IN SARDEGNA!

UNIAMOCI CONTRO L’IMPERIALISMO!

 

COLLETTIVI DI PER LA DEMOCRAZIA POPOLARE: NORD EST, CENTRO E SUD

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[1] https://www.unionesarda.it/news-sardegna/eolico-e-fotovoltaico-in-sardegna-il-governo-decide-su-30-maxiprogetti-in-una-volta-scontro-a-roma-czkr26wm?