E’ di ieri la notizia della strage di Amendolara (Cosenza) dove quattro braccianti agricoli, migranti pakistani, impiegati nei campi della Sibaritide e diretti verso la Piana del Metapontino, nel Materano, sono stati trovati carbonizzati in un’automobile nelle vicinanze di una stazione di servizio in provincia di Cosenza (Calabria). Si tratterebbe di omicidio[1]. Al vaglio l’ipotesi che la strage sia maturata  negli ambienti del caporalato. Il 19 maggio scorso un’operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza (Basilicata) aveva proprio sfiorato la punta dell’iceberg di questo specifico sistema politico ed economico di sfruttamento della manodopera legato al caporalato. Secondo quanto emerso nello specifico dalle indagini relative al caso di Potenza, numerosi lavoratori provenienti dal Bangladesh sarebbero stati costretti a versare somme comprese tra gli 8.500 e i 13.000 euro per ottenere l’ingresso in Italia attraverso il sistema dei decreti flussi. L’inchiesta di Potenza, nello specifico, ha evidenziato una ramificazione in diverse province italiane ed ha portato all’arresto di dodici individui con l’accusa di coinvolgimento nella  “tratta di esseri umani”[2]. In realtà tale inchiesta pare essere solo un evento episodico, una manifestazione che non scalfisce minimamente una situazione diffusa, organicamente connessa all’attuale acutizzarsi di una contraddizione ben più profonda, la Questione Meridionale. In questo senso ha solo rappresentato l’ennesimo dato relativo ad una condizione generale, che vede i lavoratori ancorati ad una rete di dipendenze giuridiche, politiche, economiche e sociali caratterizzata, nel caso dei lavoratori migranti, dal continuo rischio di espulsione dal paese e quindi dal ruolo decisivo di una normativa, come quella vigente, che getta il bracciantato agricolo migrante nelle mani delle aziende semifeudali e dei loro sgherri (caporali).

Con il termine  “caporalato” si deve infatti intendere la gestione, a partire dal reclutamento per lo più effettuato su base giornaliera, del rapporto con il bracciantato agricolo spesso rappresentato da lavoratori stagionali migranti, che vengono assoggettati alle dipendenze di medie e grandi aziende tipicamente arretrate sotto il profilo dei rapporti capitalistici e derivanti dai vecchi latifondi. Queste imprese non diversificano la produzione e riducono al minimo le innovazioni tecnologiche, puntando su uno sfruttamento di tipo semi-servile e quindi semi-feudale[3] dei lavoratori ed operando direttamente al servizio dei monopoli industriali e della grande distribuzione del centro-nord Italia o di altri centri del capitale internazionale. I caporali sono generalmente inquadrati nelle organizzazioni mafiose ed operano come braccio armato al servizio di questo tipo di aziende arretrate. Si occupano di gestire i lavoratori, non solo sul piano delle relazioni di lavoro, ma anche su quello degli affitti e di altre primarie necessità. La loro funzione principale è comunque quella del controllo dei lavoratori assoggettati a condizioni di super-sfruttamento e a pratiche usuraie (prestiti forniti come anticipazioni sui salari, costo degli affitti, ecc.). Un controllo che viene effettuato sulla base di minacce, ricatti, aggressioni, violenze sessuali, fino ad arrivare al limite di vere e proprie esecuzioni mafiose. Ai lavoratori viene  chiaramente fatto intendere che i caporali sono armati e che in caso di necessità sono pronti ad usare le armi.

Il caso del bracciante Satnam Singh assassinato da questo sistema in Lazio, due anni fa[4], rimane emblematico di una situazione che perdura e si aggrava con l’accentuarsi della Questione Meridionale e  lo sviluppo del processo di fascistizzazione dello Stato.

Questo sistema di sfruttamento, con il relativo “caporalato”, non è però operante solo nell’agricoltura, ma anche nell’industria delle costruzioni del Meridione, caratterizzata da miriadi di imprese che nella statistica ufficiale vengono definite “piccole”, anche quando normalmente occupano ben oltre i due-tre dipendenti, e quindi appartengono alla piccola borghesia privilegiata e non alle masse popolari piccolo-borghesi. Si tratta di imprese che, per quanto appaiano frammentate, operano strettamente intrecciate con imprese immobiliari e medie e grandi imprese di costruzione, alimentate dall’impiego speculativo di capitali spesso provenienti dagli stessi sistemi di sfruttamento semi-servile. 

  • Un recente articolo intitolato “Nelle fabbriche tessili in Campania si lavora per tre euro all’ora” della rivista “Internazionale” ha denunciato l’esistenza di analoghe modalità nelle fabbriche tessili della regione Campania https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2026/05/13/morire-di-lavoro-fabbriche-tessili-campania-migranti.

Il caporalato viene comunemente presentato dalle forze politiche di potere e dai sindacati reazionari (CGIL, CISL e UIL) come una semplice escrescenza patologica all’interno di un sistema produttivo “fondamentalmente sano”. Esso rappresenta piuttosto una delle forme attraverso cui si esprimono le persistenti contraddizioni della doppia faccia del capitalismo in Italia, quella industriale-imperialista e finanziaria del Nord, strettamente legata alle grandi rendite del centro Italia ed alla grande burocrazia romana, e quella arretrata e semi-feudale del Mezzogiorno e delle Isole.

Le condizioni di vita e di lavoro imposte a migliaia di braccianti, in larga parte migranti, mostrano come intere aree del Sud continuino a essere caratterizzate dalla subordinazione economica delle masse lavoratrici, dall’estrema ricattabilità della forza-lavoro e dalla persistenza di forme di dipendenza personale e sociale che eccedono il semplice rapporto salariale. In questo senso il caporalato non rappresenta un residuo del passato destinato a scomparire, ma una realtà che contribuisce  a riprodurre costantemente la presenza di quella forma di capitalismo arretrato, il capitalismo burocratico operante nel Meridione al servizio dell’imperialismo, delle grandi rendite e della grande burocrazia, compresa quella del Vaticano, del Nord e del Centro Italia e, meno direttamente, di altri centri del grande capitale a partire dalla Germania, dalla Francia, dall’Inghilterra e dagli USA.

Il sistema di sfruttamento semi-servile del bracciantato agricolo vigente del Meridione rappresenta una palla al piede per  i lavoratori agricoli di tutto il paese, compresi i coltivatori diretti che operano con mano d’opera familiare o con al massimo una o due unità di forza-lavoro su base annua. I bassissimi salari dei lavoratori agricoli del Mezzogiorno incitano le grandi e medie imprese capitalistiche del circuito agro-industriale e agro-pastorale industriale ed i contadini ricchi (tre-quattro unità di forza lavoro su base annua) ad abbassare i salari e a peggiorare le condizioni di lavoro per tutta la forza lavoro impiegata nell’agricoltura sull’intera scala nazionale. Nello stesso tempo, contribuisce a stringere la corda intorno al collo delle varie centinaia di miglia di contadini poveri e medi derubati del loro lavoro (rendite) dai bassi prezzi imposti dai monopoli dell’imperialismo italiano ed internazionale. Salari “normali”, ossia pari ai salari medi operai nell’agricoltura del Mezzogiorno e nella filiera agro-pastorale delle Isole, avrebbero infatti come effetto immediato quello di sollevare i salari di tutti i lavoratori agricoli del paese e di elevare i prezzi (agricoli e lattiero-caseari) pagati da monopoli e grande distribuzione ai contadini e pastori medi (una o due unità di forza-lavoro annua) o piccoli (una o nessuna unità di forza-lavoro e, in tal caso, conduzione di tipo domestico), con una relativa diminuzione dell’entità della rendita a loro estorta.

Ed è appunto nell’attuale quadro strutturale diffuso su scala nazionale, ma fortemente condizionato dallo sfruttamento semi-servile nelle campagne meridionali, che emerge il dato delle recenti morti sul lavoro, che hanno colpito i lavoratori, braccianti e piccoli e medi contadini. Nel giro di pochi giorni, cinque lavoratori hanno perso la vita in diverse aree del Paese[5], tra cui Sicilia e Sardegna, riportando, per così dire, all’attenzione pubblica una realtà che rimane invisibile. Non si tratta soltanto di episodi tragici o di fatalità individuali. Nei primi cinque mesi sono morti 60 lavoratori salariati e piccoli e medi contadini in incidenti con i trattori mentre, su un piano più complessivo, sempre in questi mesi, ben 74 lavoratori stranieri sono morti sul lavoro. Tra essi va citato il caso di alcuni giorni fa di un lavoratore vicentino “abbandonato gravemente ferito in strada, scaricato agonizzante come un rifiuto ingombrante nel disperato tentativo di nascondere l’irregolarità del cantiere”[6].

Antonio Gramsci individuò nella Questione Meridionale una delle principali contraddizioni dello sviluppo storico del nostro Paese[7]. Secondo Gramsci, la Questione Meridionale doveva essere compresa alla luce dei rapporti di classe che avevano caratterizzato la formazione dello Stato italiano e l’inquadramento del Mezzogiorno e delle Isole nel nuovo assetto nazionale. La sua condizione era il prodotto di una particolare forma di sviluppo che aveva assoggettato le masse contadine meridionali agli interessi del blocco dominante. L’alleanza tra la borghesia industriale del Nord e le classi dominanti feudali nel Meridione aveva infatti consentito l’incorporamento del Sud nello Stato Italiano e la relativa cristallizzazione al servizio del capitalismo del Nord e dei proprietari terrieri feudali. Il ventennio fascista contribuì a consolidare ulteriormente gli assetti sociali alla base della Questione Meridionale. La repressione del movimento operaio e contadino e il rafforzamento del potere delle classi dominanti locali aggravarono le condizioni di subordinazione delle masse popolari meridionali, favorendo la riproduzione delle contraddizioni che attraversavano il Mezzogiorno. Con la fine della II guerra mondiale, il regime borghese di unità nazionale comprendente anche il PCI revisionista di Togliatti, operante sotto la supervisione degli USA, ha impostato il percorso delle cosiddette riforme agrarie degli anni Cinquanta. Tali riforme hanno portato a compimento la trasformazione del feudalesimo in semi-feudalesimo avviata dallo Stato corporativo fascista. Più che eliminare le condizioni storiche della subordinazione delle masse popolari del Meridionale, tali riforme ne hanno ristrutturato le modalità di riproduzione. È proprio questa subordinazione, pur trasformandosi nel corso del tempo, a costituire uno degli elementi di continuità che consentono di comprendere la sostanza anche di fenomeni contemporanei come il “caporalato”.

La questione del caporalato si lega dunque alla più ampia Questione Meridionale e, più in generale, alla specificità delle contraddizioni strutturali insite nel capitalismo italiano. Da queste contraddizioni emerge sempre più chiaramente la necessità di rafforzare l’organizzazione delle masse lavoratrici, di sviluppare la loro capacità di lotta e di costruire un fronte delle masse lavoratrici, dei lavoratori agricoli, dei lavoratori migranti e delle classi oppresse contro lo sfruttamento capitalistico, la subordinazione del Mezzogiorno e i processi di fascistizzazione dello Stato promossi dal blocco dominante.

Al di là dei compiti relativi allo sviluppo della lotta economico-rivendicativa e della relativa necessità di un fronte di difesa degli interessi economici capace di coordinare gli interessi immediati del proletariato, dei precari e dei disoccupati con quello dei settori delle masse piccolo-borghesi più sfruttati ed oppressi, rimane il dato indiscutibile per cui solo all’interno di una prospettiva di trasformazione radicale dei rapporti economici e sociali sarà possibile affrontare alla radice le condizioni che alimentano il caporalato, la subordinazione del Mezzogiorno, il semi-feudalesimo ed il capitalismo burocratico[8]. In questo senso, la costruzione di una Nuova Resistenza delle masse popolari e di una Rivoluzione Democratica Popolare sulla via del socialismo rappresentano una necessità sempre più urgente per spezzare le condizioni materiali che rendono possibile la continua riproduzione dello sfruttamento nelle campagne e della subordinazione del Mezzogiorno.

INIZIATIVA SINDACALE – PLDP  per contatti e collaborazioni perlademocraziapopolare@protonmail.com

[1] https://www.rainews.it/tgr/calabria/articoli/2026/06/amendolari-migranti-carbonizzati-sarebbero-stati-uccisi-7cf2ed9f-f22a-4b10-a446-092f6416f3de.html?utm_source=chatgpt.com

[2] Il Fatto Vesuviano, Tratta di esseri umani e caporalato, 12 arresti in Campania, maggio 2026. https://www.ilfattovesuviano.it/2026/05/tratta-di-esseri-umani-e-caporalato-12-arresti-in-campania

[3]  Le relazioni di sfruttamento semi-feudali, pur essendo particolarmente presenti in Italia, sono diffuse anche in altri paesi europei e soprattutto nei paesi dell’Europa orientale e dei Balcani. Il sito internazionale The Red Herald ha pubblicato un’importante denuncia in questo senso in cui tra l’altro si può leggere: “The evidence of semi-feudal and even slavery-like conditions is well known. One EU-study describes that most of the hundreds of thousands of agricultural migrant workers in Italy find work through the illegal caporalato system, which relies on caporali, gang-masters, who organize teams of workers, provide them with accommodation, transportation and food and reduce this from their wages”. [https://redherald.org/2023/05/24/eu-agriculture-relies-on-the-superexploitation-of-seasonal-migrant-workers/]

[4] https://www.perlademocraziapopolare.com/lorribile-morte-del-bracciante-satnam-singh-e-la-crisi-dei-rapporti-agrari-del-nostro-paese/

[5] FLAI-CGIL, Strage in agricoltura: cinque morti in quattro giorni, maggio 2026.

[6] https://cadutisullavoro.blogspot.com/2026/06/report-nazionale-osservatorio-bologna-i.html

[7] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere (1929-1935), con particolare riferimento alle riflessioni sulla Questione Meridionale, sul blocco agrario e sulla formazione dello Stato italiano.

[8] https://nuovaegemonia.com/2026/01/23/la-questione-meridionale-e-la-questione-sarda/