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Pubblichiamo una traduzione non ufficiale di un interessantissimo reportage del giornale colombiano Nueva Democracia sulla recente conquista della terra da parte di un gruppo di contadini poveri senza terra ad Aguas Blancas, nel dipartimento di Cesar, che si trova nel nord-est della Colombia.
Poche ore prima dell’inizio di quello che sarebbe diventato un esempio da seguire per i contadini del dipartimento del Cesar, e persino nel resto della Colombia, fui informato che tale azione avrebbe avuto luogo. Mi bastarono pochi minuti per comprendere l’importanza di questo processo nel quadro della lotta contadina; confermai la mia partecipazione e mi recai immediatamente al mio appartamento per organizzare tutto il necessario per il viaggio, il più rapidamente possibile, poiché l’autobus successivo sarebbe partito nel giro di un paio d’ore. Da studente avevo già iniziato a comprendere cosa significasse una rivendicazione di terra e il suo ruolo da protagonista nella storia dei contadini in Colombia; allo stesso modo, avevo sentito parlare di un paio di esperienze in cui coraggiose organizzazioni contadine e indigene erano uscite vittoriose da occupazioni in altre parti del paese; per questo, quando alcuni conoscenti che hanno promosso questo particolare processo mi hanno raccontato dell’avvio della rivendicazione, ho visto lì l’opportunità di conoscere in prima persona tale processo e di contribuire alla sua realizzazione. Da alcuni anni faccio parte del movimento sociale; da studente ho rivendicato la necessità di mettere le conoscenze acquisite all’università al servizio delle lotte del popolo. Questo era lo scenario per mettere nuovamente in pratica tale premessa, ed è così che mi sono diretto ad Aguas Blancas in un viaggio che sarebbe durato circa 15 ore, accompagnato da un amico che ha risposto anche lui all’appello e che si sarebbe occupato della copertura giornalistica dell’evento.
Una volta giunti sul posto, fummo accolti da due contadini, che ci aiutarono a portare dentro i bagagli e alcune altre cose che avevamo portato per l’organizzazione dell’occupazione. La recinzione del lotto era splendidamente decorata con teli dipinti dalle organizzazioni contadine; il vento faceva sventolare incessantemente quei dipinti, uno dei quali recava la storica frase Terra a chi la lavora, un altro conteneva un preludio che anticipava il modo in cui sarebbe culminata la contesa: Questa terra è nostra. Entrando nel lotto, vidi che le associazioni contadine partecipanti avevano già montato molte delle capanne, la gente stava sistemando le proprie cose e, con i machete, guadagnava terreno sulla boscaglia; si respirava una grande convinzione nel portare avanti la rivendicazione e, dopo decine di anni, ottenere un pezzo di terra da coltivare. Una delle cose più belle che ricordo di questo e di altri spazi del movimento sociale è che tutti ci rivolgevamo l’un l’altro con l’appellativo di compagno; così, il “buon pomeriggio compagni” di chi era appena arrivato, era sempre ricambiato con parole di benvenuto e caloroso affetto. In quel momento, mi rivolsi a quei compagni che conoscevo da anni, ci salutammo e loro procedettero a indicarmi quali sarebbero state le mie responsabilità nel corso di quei giorni. Infine, sistemai le mie cose e mi preparai a entrare a pieno titolo in quello che, per me, sarebbe stato un grande spazio di formazione.
Quella sera aiutai un contadino di cognome Murillo[1] – originario del Chocó – a montare la capanna in cui avremmo dormito per tutti quei giorni, e anche a sistemare le amache di alcuni compagni. In seguito, sentimmo gridare che il cibo era pronto e, sebbene nella fretta del viaggio del giorno precedente avessi dimenticato a casa le mie stoviglie, diversi compagni si sono offerti, senza esitare, di prestarmi le loro. Mentre finivo di mangiare vicino ai fuochi costruiti dai contadini, fu convocata la prima assemblea del campo; ciascuna delle associazioni presenti radunò rapidamente i propri membri e lì furono definiti i compiti da svolgere e altre importanti responsabilità, tra cui la guardia notturna. In quella stessa assemblea io e il mio compagno siamo stati presentati alla comunità, che ci ha accolto con belle parole per essere venuti in loro aiuto. Dopo aver concluso lo spazio collettivo, ci preparammo a riposare e ad affrontare le lunghe giornate che sarebbero seguite. In particolare, quel pomeriggio è stato tranquillo; c’era la presenza di alcuni poliziotti in moto che hanno cercato di interrogare e molestare i compagni che si trovavano al cancello; sono state segnalate intimidazioni da parte di furgoni che si fermavano lungo la strada e scattavano fotografie, ma non è successo nient’altro oltre a questo.
Quella prima notte mi occupai della guardia in uno dei posti di controllo istituiti tra mezzanotte e le due del mattino; mi accompagnò un contadino di nome Alfonso, con cui ebbi modo di conversare a lungo durante quelle due ore. Seduti su dei barili d’acqua in mezzo al bosco, in un’oscurità illuminata solo dalla luna piena, Alfonso mi ha raccontato che da anni, insieme ai suoi compagni dell’organizzazione, cercava di ottenere un pezzo di terra da coltivare e che, dopo diversi tentativi falliti di occupazione, era molto speranzoso che questa fosse l’occasione giusta per riuscirci. Mi ha raccontato che per anni ha lavorato per i proprietari nelle loro tenute, che lì subiva condizioni di lavoro precarie e che guadagnava solo quanto bastava per sopravvivere e sfamare la sua famiglia; allo stesso modo, che durante l’occupazione avrebbe dovuto assentarsi ogni giorno per alcune ore per adempiere alle sue responsabilità lavorative, ma che, appena possibile, sarebbe tornato a sostenere il processo nei pomeriggi e nelle sere. Abbiamo parlato di molti temi, del problema storico della terra in Colombia (latifondi, accaparramento, espropriazione…), del modo in cui si stavano moltiplicando le riappropriazioni nel resto del paese e, tra le altre cose, delle prossime elezioni presidenziali. Riguardo a quest’ultimo punto, dopo avergli chiesto cosa ne pensasse, siamo giunti a una conclusione importante: la necessità di abbandonare le illusioni sulle trasformazioni attraverso la via elettorale e l’organizzazione dei contadini come unica garanzia per avere la terra. A pochi minuti dalla fine del nostro turno di guardia, mi chiese il motivo della nostra presenza nell’occupazione, incuriosito dal fatto che avessimo viaggiato per più di 15 ore per sostenere un processo dal quale non avremmo ottenuto – apparentemente – nulla in cambio. La mia risposta è stata chiara: dare un piccolo contributo a quella che è, senza alcun dubbio, la strada da percorrere per i contadini in ogni angolo del continente. Così ci salutati e siamo stati sostituiti dalla guardia successiva.
La mattina di quel nuovo giorno, mercoledì 6 maggio, alle 5:00 in punto iniziò la nostra giornata; già a quell’ora diverse compagne e compagni si erano occupati di accendere il focolare della cucina; la notte era stata lunga e si avvertiva una certa inquietudine per la possibile reazione dei proprietari di bestiame della zona[2]. Non ci trovavamo in un terreno qualsiasi, avevamo occupato un appezzamento di circa 140 ettari che era stato di proprietà di uno dei principali leader paramilitari della regione, e sebbene quel terreno fosse rimasto inutilizzato per quasi due decenni, essendo già nelle mani della Sociedad de Activos Especiales (SAE) – l’ente incaricato della confisca dei beni dei criminali –, per noi era chiaro che esisteva un rischio latente di essere attaccati dalla reazione, sia con le uniformi ufficiali delle forze dell’ordine sia con furgoni inviati dai proprietari terrieri. Quel giorno c’erano molti compiti da svolgere: bisognava organizzare gli attrezzi collettivi, preparare il cibo, continuare con lo sgombero della boscaglia, aiutare a montare nuove capanne e organizzare, tra le altre cose, un piano di evacuazione in caso di un eventuale sgombero. La nostra tranquillità non durò a lungo: cominciarono ad arrivare furgoni della polizia all’ingresso e, in comunità, decidemmo di andare ad accoglierli; ci dirigemmo tutti verso il cancello, molti contadini indossavano mascherine, altri avevano passamontagna o semplici poncho che coprivano parte del viso; questa era una misura di sicurezza di base che rispondeva alla storica individualizzazione e criminalizzazione del movimento sociale in Colombia. Una volta lì, le prime parole della polizia riguardarono i volti coperti, sostenendo che gli unici a coprirsi il volto erano i criminali – un’accusa poco sorprendente, vista la provenienza – e, successivamente, un alto funzionario procedette alla lettura di una denuncia che era giunta all’ispettorato di polizia richiedendone l’intervento e la cessazione del recupero. In sostanza, il funzionario di polizia informò che i contadini avrebbero avuto tempo fino al giorno successivo per lasciare la proprietà, altrimenti sarebbero stati sgomberati con la forza.
Dopo il ritiro della polizia, venne immediatamente convocata un’assemblea; alcuni volti apparivano angosciati e, mentre la gente arrivava, si sentivano in sottofondo commenti del tipo: «Una vita intera a lottare per la terra, non possiamo lasciarci cacciare!». Iniziarono gli interventi all’assemblea; alcuni leader proposero di recarsi in massa presso gli edifici istituzionali della città di Valledupar, al fine di fermare lo sgombero in corso, mentre altri, dal canto loro, sottolinearono la necessità di rimanere sul terreno e preparare la resistenza. Così, entrambe le proposte hanno preso forma: un gruppo di contadini si è recato in città e il resto dei membri delle associazioni ha deciso di rimanere per aiutare con i preparativi. Il resto della giornata trascorse in una calma tesa, circondati da fastidiose zanzare e sopportando il caldo soffocante con l’acqua raffreddata in contenitori di polistirolo; eravamo in attesa di ciò che sarebbe potuto accadere il giorno successivo, o addirittura quella stessa notte. Parlando con i contadini e le contadine, la gente diceva di non essere disposta a lasciare la proprietà; abbandonare l’occupazione non era un’opzione per loro. Infatti, la denuncia sulla minaccia di sgombero non tardò a diffondersi in modo massiccio sui social media, tanto che tra quel giorno e il giorno successivo non solo hanno cominciato ad arrivare messaggi e video di sostegno da parte di studenti, contadini e popolazioni di altre zone del paese, ma si sono unite alla causa anche altre associazioni della zona – e persino di altri dipartimenti – che, di fronte all’imminente scenario di resistenza, sono venute ad accompagnarci e a lottare al nostro fianco, portando con sé cibo e altri generi di prima necessità. Così, i lavori sono proseguiti nel pomeriggio; ho dato una mano nella costruzione di un bagno, nell’organizzazione dei materiali comuni, nello svolgimento di alcuni compiti e nel sostegno alla guardia. Durante la notte non è successo nulla di strano, a parte il leggero allagamento che abbiamo vissuto dopo che ha piovuto forte per quasi mezz’ora. Quella mattina presto ho fatto la guardia tra le 12:00 e l’1:00, mi è stata assegnata come compagna di turno una delle persone che conoscevo da anni, ne abbiamo approfittato per aggiornarci un po’ sulle nostre ultime esperienze e sulla vita delle persone che conoscevamo. Le mie parole si riempivano di emozione al pensare al luogo in cui ci trovavamo e al grande compito che stavamo sostenendo; è stata una notte tranquilla e, con grande puntualità, altri colleghi sono venuti a darci il cambio.
Erano le 5:00 del mattino di quel nuovo giorno, giovedì 7 maggio; ci affrettammo tutti a smontare le amache e a recarci in cucina, dove diedi una mano a servire il cibo e, in seguito, feci colazione – ancora una volta in un piatto prestato da qualche contadino. Ci riunimmo in assemblea di prima mattina; si è parlato della totale mancanza di risposta alla mobilitazione del giorno precedente, volta a far sì che le istituzioni facessero da mediatori ed evitassero lo sgombero; e si è discusso di diverse segnalazioni che riferivano di possibili movimenti dell’antico e sanguinario ESMAD (Escuadrón Móvil Anti-Disturbios) – corpo di polizia incaricato degli sgomberi – nella città di Valledupar, il che costituiva un grave allarme su ciò che sarebbe accaduto nelle ore successive. Di fronte a tale scenario, la comunità ha proposto di uscire a bloccare la Ruta del Sol, una delle principali vie del paese, che passa proprio di fronte al lotto, e allo stesso modo si è dichiarata in assemblea permanente, come chiaro appello al governo, alle istituzioni nazionali e agli enti locali. I contadini e le contadine si sono preparati, hanno raccolto le loro cose in vista di un possibile sgombero forzato e si sono recati insieme al blocco della strada; lì, con rami e tronchi, hanno ostacolato il passaggio mentre intonavano slogan:
Chi siamo? – Contadini!
Cosa vogliamo? – Terra!
Perché la vogliamo? – Per lavorarla!
Non siamo invasori! Siamo contadini!
Le persone che arrivavano sul luogo del blocco osservavano con curiosità la protesta, chiedevano quali fossero i motivi dell’azione e, anzi, molti di loro esprimevano parole di solidarietà per quella lotta. Alcuni contadini si sono rivolti costantemente al pubblico per spiegare cosa stava succedendo e denunciare il possibile tentativo di sgombero. Il blocco è durato circa un’ora; durante quel tempo, ogni 20 minuti si lasciava passare il traffico in entrambe le corsie e, allo stesso tempo, si garantiva il passaggio alle ambulanze, alle persone malate o a chi era diretto a visite mediche. Questa mobilitazione è durata fino all’arrivo di diversi furgoni della polizia, i quali, senza alcun dialogo, hanno iniziato a intimidire i contadini con accuse assurde, come quella di possesso di machete – uno degli attrezzi per eccellenza dei contadini – sostenendo che fossero oggetti che avrebbero ostacolato l’instaurazione di un dialogo con le istituzioni competenti. Contemporaneamente sono arrivati i camion del GOES (Gruppo Operazioni Speciali della Polizia), che senza preavviso sono entrati nel lotto con armi pesanti, di fronte al quale i contadini hanno deciso di sospendere il blocco e di tornare rapidamente nella proprietà per impedire l’ingresso di altri agenti in divisa. Oltre alle decine di poliziotti e membri del GOES giunti sul posto, sulla corsia di fronte erano stati parcheggiati due camion con una ventina di membri dell’ESMAD, i quali, con i loro scudi e le loro armi “non letali” – in realtà molto letali – attendevano l’ordine di sparare frontalmente e accecare i contadini – procedura di routine di questo corpo di polizia.
Dall’altra parte del cancello ci stavamo organizzando per affrontare l’imminente irruzione con la forza; mentre loro facevano volare dei droni sul territorio, preparavano i cani e chiedevano via radio il supporto di un elicottero, io mi guardavo intorno e vedevo solo i volti dignitosi di contadini pronti a lottare per la terra. Al mio fianco c’erano nonni, donne incinte, bambini e, per la maggior parte, persone anziane, tutte assolutamente gettate lì da storie di espropriazione, violenza, persecuzione e negligenza statale. Lo schieramento delle autorità non solo era sproporzionato e ingiusto, come già ci aspettavamo, ma dimostrava ancora una volta da che parte stanno le istituzioni dello Stato; dietro gli emaciati in divisa c’erano sempre presenti gli avvocati inviati a difendere gli interessi del latifondista “proprietario” del terreno, accompagnati da furgoni che, con le targhe coperte, consegnavano rifornimenti e cibo alle forze dell’ordine – a quanto pare non così pubbliche. Si delineava quindi lì, in modo chiaro, l’antagonismo tra coloro che cercavano terra da coltivare, da un lato della recinzione, e coloro che difendevano – con armi istituzionali – il latifondo, quest’ultimo sostenuto dalle mani dei paramilitari.
La comunità si è organizzata per reagire alla situazione: mentre alcuni cercavano di avviare un dialogo con la polizia proprio davanti al cancello, altri di noi erano disposti lungo la recinzione per impedire ad altri agenti di entrare nel terreno; lì siamo stati oggetto delle loro beffe e persino di minacce; una delle nostre compagne, appartenente alla guardia contadina, ha ricevuto il commento che se avesse continuato ad avvicinarsi al GOES, “non sarebbe tornata a casa viva quel giorno”. Mentre i poliziotti ci fotografavano da lontano – chiaramente nel tentativo di identificarci individualmente –, sentivamo sorvolare i droni come se fossero un altro tipo di zanzara, mentre i membri del GOES si avvicinavano alla recinzione con le loro armi lunghe; noi, senza sapere cosa si discutesse al cancello, ci trovavamo sotto il sole cocente in attesa di notizie. Di fronte all’arrivo di altre unità di polizia, fui mandato al punto di ritrovo in cerca di rinforzi; quando arrivai, mi trovai di fronte all’avviso – da parte della polizia – che la nostra permanenza lì per altre ore era impraticabile, che se non ce ne fossimo andati, sarebbe stato fatto “uso legittimo della forza” contro di noi, tanto che avevano persino parcheggiato un’ambulanza di fronte, un fatto chiaro che rendeva evidente cosa avrebbe significato per la gente un intervento. Di fronte a ciò, e pur sperando di non essere repressi dalle autorità, tenendo presente il nostro evidente svantaggio di fatto, la decisione della comunità fu quella di dirigersi verso le baracche e, in un atto di disobbedienza civile, aspettare a testa alta di essere portati via uno ad uno. Sebbene sui volti si potesse notare il nervosismo della gente, soprattutto per il rischio di essere colpiti da un proiettile della polizia, nei loro sguardi non c’era paura né dubbio; già nell’assemblea del giorno precedente, la gente aveva deciso che, in caso di sgombero, sarebbe tornata il giorno dopo per continuare l’occupazione del terreno: quella era la loro terra, e nessuna repressione avrebbe potuto cambiare quel destino.
Era mezzogiorno, mancavano pochi minuti all’ora X dello sgombero; mentre alcuni di noi finivano di raccogliere gli effetti personali comuni, le signore e i signori anziani si preparavano a dare il via a una catena di preghiera: saremmo stati portati via con la forza. Fu in quel momento che ci avvisarono che c’erano informazioni su funzionari dell’Agenzia Nazionale per le Terre (ANT) – istituzione incaricata della titolazione e della consegna delle terre nel paese – che si stavano dirigendo verso lo sgombero in corso, il che era strano, poiché non è una delle entità competenti per tali procedure amministrative. A quanto pare, avevamo raggiunto il nostro obiettivo: il numero di denunce che venivano fatte sui social, i video di solidarietà inviati da diversi luoghi e il blocco della strada effettuato dai contadini e dalle contadine quella mattina avevano attirato l’attenzione dei funzionari dell’ANT, i quali si erano recati sul lotto a causa delle pressioni, prevedendo gravi errori nel giusto processo e violazioni delle norme da parte delle forze dell’ordine, poiché queste ultime stavano per effettuare uno sgombero in un terreno che, come avevano sostenuto i contadini, non apparteneva più a un privato, ma era stato confiscato dallo Stato ed era a disposizione per essere utilizzato per la riforma agraria nel Paese. In altre parole, di fronte alla mobilitazione e alla resistenza contadina in quel luogo, le istituzioni non solo hanno dato ragione ai manifestanti, ma sono state anche costrette ad accelerare un processo che era in ritardo da anni, ovvero la consegna di quel lotto ai contadini senza terra; la visibilità acquisita dal recupero in quelle ore fu tale che i funzionari dell’ANT che in quei giorni stavano effettuando consegne nella regione modificarono il loro programma e inclusero il terreno tra quelli da consegnare, una chiara vittoria della lotta contadina.
Così, dopo ore di discussioni tese e contraddittorie tra i funzionari, coloro che sostenevano di dover procedere allo sgombero non sono riusciti a portare a termine il loro compito, la visibilità ottenuta dalla comunità ha avuto la meglio su di loro, tanto che era evidente la frustrazione da parte della polizia, che dopo mezza giornata passata ad aspettare di vedere scorrere sangue, non è riuscita a soddisfare tale desiderio; sia loro che i difensori del proprietario terriero, che guardavano sbalorditi la situazione, sono stati sconfitti in modo implacabile dal potere popolare. In tal modo, i contadini hanno raggiunto un accordo con l’ANT: di fronte alla richiesta dei funzionari che il terreno fosse disabitato per procedere alla consegna, avremmo lasciato l’appezzamento con l’unica condizione che il giorno successivo venisse avviata la procedura per intestare quel terreno a nome di coloro che lo avevano conquistato. L’accordo è stato concretizzato, siamo andati a prendere le nostre cose e abbiamo lasciato il luogo, non senza prima prendere i materiali sufficienti per allestire un accampamento umanitario dall’altra parte della recinzione, come misura di pressione a sostegno della parola data dai funzionari. I contadini e le contadine, che con le loro mani avevano già creato tutte le condizioni di abitabilità all’interno, impiegarono pochi minuti a costruire capanne e appendere amache accanto alla strada; Murillo, lavoratore instancabile, stava già montando quello che sarebbe stato il focolare per preparare i pasti fino al giorno successivo. La situazione era chiara: nel caso in cui l’ANT non avesse rispettato l’accordo, saremmo rientrati nel terreno.
Tra le associazioni contadine, l’abbandono dell’appezzamento generava una certa incertezza; riporre fiducia nelle istituzioni che storicamente si sono schierate dalla parte dei proprietari terrieri non era certo una decisione facile; tuttavia, ciò che era certo era l’indomabile volontà di rientrare nella proprietà, se necessario. I teli di plastica furono montati, persino i tessuti che prima adornavano la recinzione furono utilizzati per ripararci dal sole; il resto della giornata fu dedicato a prepararci per quella che si preannunciava una lunga notte; dormire accanto alla strada generava angoscia, poiché eravamo piuttosto esposti a tutto ciò che poteva accadere. In effetti, ancora una volta la grande preoccupazione non erano le forze dell’ordine, quel luogo era di nuovo occupato da quegli attori oscuri legati ai grandi allevatori e proprietari terrieri: i paramilitari. Dopo il tramonto abbiamo acceso alcuni falò, alcuni compagni e compagne hanno preparato il cibo e sono stati distribuiti i compiti necessari, tra cui la guardia notturna. Quella notte mi fu assegnata la guardia tra l’1:00 e le 2:00 del mattino; data la mancanza di alberi e di appoggi, decidemmo di dormire per terra, per cui stendemmo un enorme telo di plastica e lì ci sdraiammo. Eravamo una decina di compagni, che ora dopo ora si alzavano per svolgere il compito di guardia.
In quell’occasione fui affiancato in tale incarico da un contadino di nome Alberto, che avevo già conosciuto tra le guardie durante la fase di recupero; un uomo davvero carismatico. In quell’ora parlammo di ciò che era accaduto nei giorni precedenti, in particolare del tentativo di sgombero di quel pomeriggio stesso e delle grandi aspettative che si nutrivano riguardo a ciò che sarebbe accaduto il giorno seguente. Alberto mi raccontò che per lui l’occupazione era molto importante, poiché da anni viveva del suo lavoro quotidiano; un paio di decenni prima era stato sfollato dalla comunità di Aguas Blancas dai paramilitari e, all’epoca, aveva dovuto andarsene con tutta la sua famiglia e vendere il poco che possedeva. Il luogo in cui era arrivato era un piccolo villaggio a circa due ore dal paese; lì aveva iniziato a coltivare ogni tipo di ortaggio. Sebbene ciò gli avesse permesso di sopravvivere per alcuni anni, l’allargarsi della famiglia e le scarse opportunità economiche lo avevano spinto a tornare ad Aguas Blancas un decennio fa, costringendolo così a vendere, ancora una volta, il poco o nulla che aveva guadagnato in quel periodo. Con i soldi raccolti questa volta decise di comprare due vitelle, che mungeva regolarmente e portava a pascolare proprio sulla strada dove ci trovavamo di guardia – tra il paese e la città. Col tempo quelle vitelle ebbero dei piccoli, alcuni li vendette e utilizzò il ricavato per comprarne altri, altri li tenne e il numero di animali che lo accompagnavano aumentò sempre di più fino a superare la dozzina. Quella notte mi raccontò che era un po’ ansioso perché, a causa dell’occupazione, erano giorni che non vedeva i suoi animali; aveva chiesto a dei conoscenti di fare un giro di controllo, ma le bollette da pagare e il cibo per la sua famiglia non potevano aspettare; quindi, per lui – come per molti e molte – restare nell’accampamento a tempo indeterminato non era un’opzione. Come avrebbe potuto immaginare Alberto che quell’enorme appezzamento che vedeva chiuso ogni mattina quando passava con le sue vacche sarebbe diventato la sua nuova casa?
Prima di terminare il nostro turno nelle prime ore del mattino, ricevemmo la visita di due colleghe che stavano facendo il giro dei posti di guardia; avevo già parlato con loro in alcune occasioni e ci riconoscevamo già perché, qualche giorno prima, visto il gran caldo che faceva, mi avevano gentilmente offerto una bibita ghiacciata che alcuni conoscenti avevano portato loro al posto di blocco; in quel momento la nostra amicizia si è consolidata e da quel momento in poi abbiamo chiesto ai loro amici – che ogni giorno andavano a lavorare in paese – di portarci altre bibite da condividere tra compagni. Erano donne giovani, ogni volta che le incontravo parlavamo a lungo, ridevamo di aneddoti e condividevamo esperienze delle nostre vite, un’amicizia fugace che abbiamo costruito in mezzo alla tensione dell’occupazione. Mentirei se dicessi che, come con loro, mi ha sorpreso la solidarietà dei contadini; ogni momento che ho condiviso con loro non ha fatto altro che confermare il loro instancabile spirito di lavoro, la loro grande motivazione a tirare avanti nonostante le difficoltà e la loro incalcolabile disponibilità al servizio del prossimo, mani che, nella loro umiltà, sono sempre state tese per sostenere compiti e responsabilità. L’unica cosa sorprendente era quindi che persone così laboriose ed esemplari avessero trascorso anni, e persino decenni, in attesa di avere terra da lavorare. Nonostante la preoccupazione che potesse succedere qualcosa quella notte – la stessa preoccupazione che ha tenuto svegli diversi compagni –, l’alba è spuntata senza alcuna segnalazione da parte delle guardie.
Quel venerdì 8 maggio, fin dalle prime ore del mattino il sole cominciò a picchiare sui nostri volti; c’era poca ombra tra la strada e la recinzione. Quello sarebbe stato il giorno in cui probabilmente si sarebbero concretizzati tutti gli sforzi compiuti quella settimana e, ovviamente, tutti i sogni immaginati per anni. Abbiamo preparato la colazione sul focolare costruito da Murillo ed è iniziata la lunga attesa fino all’arrivo dei funzionari dell’ANT; la verità è che non c’era molto da fare in quel piccolo spazio in cui ci trovavamo, se non chiacchierare tra compagni e compagne. In quel momento non era necessario ricordare ciò che i contadini avevano deciso il giorno prima; infatti, in ogni conversazione si sentiva dire: «Se non arrivano, rientriamo», «Se non rispettano gli accordi, attraversiamo di nuovo il cancello». È stata quella chiarezza a tenerci in piedi fino a quasi mezzogiorno, momento in cui sono stati avvistati in fondo alla strada, attraverso il vapore che si alzava dall’asfalto, i furgoni istituzionali che venivano per la procedura amministrativa. Immediatamente la guardia contadina si preparò ad accoglierli; l’aver trascorso la notte sulla strada e l’angoscia di essere esposti a qualsiasi rischio non avevano affatto alterato l’espressione che i volti dei contadini e delle contadine mostravano con dignità. I funzionari hanno salutato e non hanno tardato a entrare nella proprietà, hanno percorso il lotto e, infine, si sono riuniti con la comunità; lì, con un discorso altisonante, hanno dato conto della meravigliosa generosità del governo e del suo indiscutibile impegno nei confronti delle famiglie contadine. Tale fanfara non ha realmente oscurato ciò che era accaduto: la vittoria era dei contadini organizzati e mobilitati, non di un governo interessato a mostrare risultati in pieno anno elettorale.
Così, nonostante l’evidente sfacciataggine da parte dei funzionari, è stata ufficializzata la consegna del terreno alle associazioni contadine. È stato un momento bellissimo: guardandosi intorno si vedevano solo lacrime e abbracci di vittoria; dai più anziani alle più giovani, tutti esprimevano con entusiasmo il grande risultato raggiunto: avevamo compiuto una grande impresa: avevamo strappato con la forza quella terra al proprietario terriero e costretto le istituzioni a rispettare il giusto principio, quello di consegnare la terra a chi la lavora.
«La terra è nostra, compagno!»
Me lo dissero diversi contadini che si avvicinarono per abbracciarmi. Quel giorno non ci furono né feste né grandi celebrazioni; la gioia si condivideva di abbraccio in abbraccio, e c’erano ancora cose da fare fino a sera. Dopo essere rientrati nell’appezzamento, iniziammo a montare le capanne, non più come estranei, ma come proprietari di quella terra. I contadini non hanno tardato a portare i loro attrezzi da lavoro, hanno persino portato alcune delle loro famiglie dal paese, affinché conoscessero quella che sarebbe stata la loro nuova casa; Alberto, ad esempio, stava già pensando insieme ad altri compagni a come allargare il cancello, non vedeva l’ora di portare con sé tutte le sue vacche. Si respirava gioia, speranza e, soprattutto, dignità. Quella notte dormimmo con gioia: si era concretizzato un grande sforzo collettivo e, sebbene sapessimo che ciò che ci avrebbe riservato il futuro avrebbe richiesto un grande lavoro, l’inizio procedeva a passi da gigante.
Era sorto un nuovo giorno, sabato 9 maggio; il mio incarico ad Aguas Blancas era terminato ed era giunto il momento di tornare nella mia città. Quel giorno, al mio risveglio, contrariamente a quanto mi aspettavo, ovvero di trovare i compagni e le compagne a riposarsi dopo un tale sforzo, la realtà era che le persone erano felicemente motivate ad allestire la loro nuova casa: mentre alcuni preparavano la colazione, altri guadagnavano terreno sulla boscaglia; mentre alcuni sistemavano il nuovo cancello, altri spazzavano e pulivano i detriti di quello che sarebbe stato l’ingresso al lotto. In mezzo a tutto quel lavoro ho iniziato a congedarmi, sono passato da ciascuna delle baracche e dai cantieri, ho abbracciato i compagni e li ho ringraziati per avermi permesso di stare con loro in quel periodo; molti mi hanno detto che sarei stato il benvenuto lì ogni volta che avessi voluto, non ho esitato ad accettare la loro offerta e ad affermare che sarei tornato presto a trovarli, ora accompagnato da altri studenti, che sicuramente vorranno andare a imparare da quel punto di riferimento della resistenza e a mettere a disposizione le loro conoscenze per quanto possibile. Così, quella mattina sono partito con un grande sentimento di gratitudine per la bella esperienza, non senza prima avere il grande onore di aiutare a riattaccare i teli che erano stati rimossi dalla recinzione; uno di essi raffigurava il risultato di questo processo di organizzazione e lotta contadina, sventolando i frutti di una riuscita riconquista:
«Questa terra è nostra.»
[1] Tutti i nomi sono stati modificati nel racconto per garantire la sicurezza dei contadini e delle contadine.
[2] Nel testo originale è usato il termine “ganadero”, che in spagnolo si riferisce agli allevatori di bestiame, principalmente a quelli che sono proprietari del bestiame e che non necessariamente lavorano direttamente con quest’ultimo. Nel contesto dell’articolo, ci si riferisce chiaramente non ai lavoratori poveri al servizio di questi proprietari semifeudali ma, appunto, a coloro che sfruttano intere aree di terra vergine per l’allevamento del bestiame, impedendo ai contadini poveri di accedere alla terra che gli spetterebbe di diritto. [NdT]