La situazione internazionale, con l’attuale fase di parziale impantanamento degli Stati Uniti in Medio Oriente, che in prospettiva tenderà a riproporsi anche per l’America Latina, è uno dei tanti sintomi di quella lunga crisi terminale in cui versa il capitalismo nella sua fase decadente. Questa situazione prolunga ed approfondisce in Italia la crisi egemonica del blocco dominante alimentando (anche in forma molecolare) la tendenza al fascismo. Se questa tendenza si è manifestata nei mesi precedenti, sia con i decreti repressivi e le misure poliziesche, che con il tentativo di imprimere un nuovo passaggio reazionario nel processo della “riforma della giustizia”, adesso la fascistizzazione dello Stato si combina sempre più con lo specifico interesse del governo fascista in carica ad arrivare ad un pieno disciplinamento della stessa “società civile” sotto la propria egemonia. È questa l’ottica con cui va inquadrata e valutata la vicenda, a tratti tutt’altro che limpida, relativa all’ultimo episodio che chiama in causa Report. Un tentativo, quest’ultimo, condotto sulla base delle dichiarazioni di un personaggio discutibile come Lavitola, faccendiere legato ad oscure vicende politiche, prima legato a Craxi e poi a Berlusconi. Le dichiarazioni di Lavitola, giudicate allo stato attuale dalla stessa magistratura «fumose, assolutamente generiche e prive di riscontri», sono bastate a fornire il pretesto per un tentativo di affondo nei confronti di Report, quasi direttamente gestito dal governo in carica, con relativa rimozione di Ranucci. Qui non si tratta, per altro, di una contraddizione inter-borghese tra fascismo e “democrazia”. Report non risulta infatti una trasmissione in qualche modo democratica, tantomeno la figura di Rannucci. Risulta, viceversa, che abbiano sempre operato al servizio del blocco dominante, dello Stato reazionario e dell’imperialismo italiano pienamente legato al blocco dominante.
Tuttavia la tendenza alla fascistizzazione della forma dello Stato spinge ora a cercare una forma per stabilizzare i governi di volta in volta in carica e tentare così di risolvere la crisi egemonica. In questo quadro questa tendenza opera per assicurarsi un ulteriore accentramento e controllo della cosiddetta “informazione pubblica”. Passaggio indispensabile per quando si porrà il problema per l’imperialismo italiano della sua piena partecipazione alla guerra inter-imperialista e alle imprese militari contro i popoli oppressi e le piccole nazioni.
La borghesia e l’imperialismo italiano, mentre lavorano per la costruzione di un partito o quantomeno di una coalizione reazionaria che possano risultare il più estese e comprensive possibili, allo stesso tempo alimentano forze ancora più a destra di quelle del governo in carica e favoriscono il lavorio delle stesse forze di governo in direzione della penetrazione dell’ideologia fascista nelle varie istituzioni e nelle varie articolazioni dello Stato e della “società civile” deputate all’esercizio dell’egemonia reazionaria.
Nel caso in questione, i media, i personaggi e le forze, che si sono prestati a quest’ultima campagna contro Report e contro lo stesso Rannucci, sono andati ben oltre il circolo dell’imprenditore Angelucci che fa tradizionalmente riferimento alle forze del governo fascista. L’argomentazione sollevata da queste forze sulla liceità che Ranucci tenesse un rapporto di amicizia con Lavitola è priva di senso, visto che queste relazioni sono consuete per il tipo di giornalismo che Report rappresenta e che risulta ben lontano dall’essere “libero”, “super-partes” e “d’inchiesta”.
Le forze socialfasciste del cosiddetto “centrosinistra” hanno dato vita a manifestazioni di semplice dissenso, guardandosi bene dallo scendere in campo sul terreno dell’antifascismo. Se alcuni, come i 5 stelle, hanno parlato di “golpe” o di “editto Meloni”, si sono poi del tutto astenuti rispetto alla possibilità di una mobilitazione pubblica. Cosa che parzialmente e strumentalmente avevano cercato di sollevare dopo l’attentato a Ranucci nel 2025. Inoltre è lo stesso centrosinistra che ha messo le basi per l’attuale situazione con la fondamentale riforma di Renzi del 2015, che poi andremo a vedere. Di converso, ben poche forze dell’estrema sinistra e della sinistra radicale hanno sollevato o cercato di inquadrare il caso Ranucci, se non per liquidare sommariamente la questione come uno scontro interno al blocco dominante e un caso mediatico di ben poco significato e portata. Ad esempio Osservatorio Repressione in una sua dichiarazione[1] si limita a puntualizzare come quello di Report non sia effettivamente giornalismo di inchiesta e a sottolineare come si sia fatto promotore di un modello “giustizialista” nei fatti repressivo. Ma se questo fatto è scontato, essendo appunto Report parte della TV pubblica e quindi della classe dominante, meno scontato sembra essere interrogarsi sul senso di questa vicenda nei passaggi politici e istituzionali, che portano comunque ad evidenziare il nesso con la fascistizzazione della forma dello Stato. In questo articolo dell’Osservatorio Repressione manca qualsiasi riferimento a qualcosa del genere, segno della sottovalutazione del fascismo che caratterizza le forze di questa testata, che sostengono un attivismo di stampo meramente movimentista.
Ciò che da questa vicenda emerge è la tendenza a subordinare agli interessi specifici del governo in carica altre articolazioni istituzionali. Questo risalta anche dalle “riforme” della televisione pubblica negli ultimi decenni. L’impianto fondamentale della RAI è stato dato dalla legge 103/1975; questa legge incentrava il controllo della TV pubblica sul parlamento, dove di fatto erano le forze politiche parlamentari (tra cui lo stesso PCI revisionista) a spartirsi le aree di influenza. La legge attribuiva un ruolo fondamentale alla Commissione di Vigilanza, composta da 20 deputati e 20 senatori. La Commissione di Vigilanza, arrivando ad eleggere 10 su 16 membri, aveva un certo peso nel controllo del CdA della RAI. L’impianto veniva mantenuto anche nella Legge Gasparri del 2004, dove la commissione di Vigilanza eleggeva 7 membri del CdA su 9. La vera svolta è la riforma di Renzi del 2015, che risulta particolarmente accentratrice rispetto allo stesso modello, comunque corporativo e reazionario, di lottizzazione della precedente legge Gasparri. Per la legge Renzi i componenti del CdA Rai risultano eletti nella seguente maniera: 2 eletti dalla Camera; 2 eletti dal Senato; 2 designati dal Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Economia; 1 eletto dai dipendenti Rai. Risulta evidente che per la particolare natura sempre più maggioritaria del sistema parlamentare ed elettorale, il governo si trovava a concentrare nelle proprie mani, sommando i membri eletti dal governo e quelli della Camera e del Senato legati alla maggioranza, una parte considerevole del relativo potere di nomina. La riforma inoltre introduceva al vertice la figura dell’amministratore delegato (in sostituzione del precedente direttore generale), che rispetto al CdA assumeva un ruolo centrale e diventava il vertice operativo dell’azienda. Particolarmente interessante nel caso che ci interessa risulta il fatto che è proprio l’amministratore delegato, e non il CdA, che si occupa dell’assunzione, nomina e collocazione dei giornalisti su proposta dei direttori di testata.
Tale potere era già attribuito in precedenza al precedente direttore generale. Il CdA conservava tuttavia alcuni poteri di controllo sulle decisioni dell’amministratore delegato: in particolare, per la nomina dei direttori di testata il parere contrario espresso dalla maggioranza dei due terzi del consiglio è vincolante. Ma come abbiamo visto, lo stesso CdA è sempre più sotto stretta tutela dell’esecutivo e della maggioranza, per effetto delle contro-riforme in senso maggioritario.
La riforma del 2015 ha poi rafforzato ulteriormente il vertice aziendale, attribuendo all’amministratore delegato anche la nomina diretta dei dirigenti di primo livello, mentre in precedenza il direttore generale doveva proporre al CdA le nomine dei livelli dirigenziali superiori. Inoltre la Commissione di Vigilanza ha perso qualsiasi possibilità di eleggere direttamente i membri del CdA, conservando tuttavia un importante potere sulla nomina del presidente della Rai, che deve ottenere il voto favorevole dei due terzi dei componenti della Commissione.
Va segnalato inoltre che la riforma del 2015 non è priva di precedenti, dato che la riforma di Ciampi del 1993 aveva già ridotto il CdA Rai da 16 a 5 membri e sottratto alla Commissione di Vigilanza l’elezione dei consiglieri, affidandone la nomina congiunta ai presidenti di Camera e Senato. Si trattava di una riforma che aumentava a dismisura il potere dei “tecnici” e degli “esperti”, pensata in un particolare momento di crisi istituzionale segnato poi dalla stagione di “Mani Pulite” che, spazzando via PSI e DC, ha aperto la strada all’ascesa di forze ancora più organicamente fascio-populiste come la Lega, Forza Italia e lo stesso ripulito MSI-Alleanza Nazionale-oggi Fratelli d’Italia.
La riforma di Renzi, sebbene rispondente anch’essa ad una situazione di sempre maggiore crisi dei partiti di potere e di governo, sembrava però avere un carattere molto più permanente e meno “emergenziale”, il che la differenziava da quella del 1993 di Ciampi.
La riforma della Rai, a cui sta lavorando il governo, e che inizialmente proponeva di rendere i 6 membri del CdA espressione della Camera e del Senato, risente allo stato attuale di differenze presenti nello stesso schieramento fascista al governo, che sono state oggetto dell’intervento dello stesso ministro dell’economia Giorgetti teso a ribadire il precedente modello. Il diktat di Giorgetti, che difende il controllo governativo diretto sui due membri del Cda, dimostra la necessità nell’attuale fase del rafforzamento del controllo sulla RAI. La riforma manterrebbe la maggioranza dei due terzi della Commissione di Vigilanza per le prime due votazioni sulla ratifica del presidente Rai, consentendo dalla terza votazione l’approvazione a maggioranza assoluta. Nella precedente configurazione la maggioranza dei 2/3 era sempre richiesta. Questo serve a evitare il ripetersi della situazione determinatasi a partire dal 2024 e tuttora in corso, con la paralisi della stessa Commissione di Vigilanza a causa dello scontro tra maggioranza e opposizione sulla nomina del presidente Rai. Tale paralisi ha determinato a partire da luglio 2026 la dimissione in blocco della presidente Barbara Florida e di tutti i commissari, di fatto evidenziando una situazione anomala che favorisce l’accentramento del controllo politico della RAI da parte della maggioranza. Inoltre il mandato del CdA viene prolungato da 3 a 4 anni, altra riforma che indica la tendenza a stabilizzare la funzione di controllo nella RAI.
Ma il significato di tale riforma lo si vede, nell’attuale vicenda, dall’influenza dell’AD della RAI Giampaolo Rossi, in precedenza giornalista sul Giornale e membro del CdA in quota Fratelli d’Italia. È sua la decisione di rimuovere Ranucci da Report, con la proposta di tre alternative all’interno del palinsesto dallo stesso rifiutate. La stessa possibilità del governo di incidere e manovrare in questo senso evidenzia la forma specifica che il governo in carica cerca di imprimere a proprio favore rispetto al più generale processo di fascistizzazione in atto ovviamente alimentato da tutte le forze politiche di potere, comprese quelle del “centro-sinistra”. Quindi la tendenza è quella al rafforzamento e al controllo governativo dei vertici RAI. Questo avviene indipendentemente dal fatto che formalmente continuano ad operare nella stessa RAI diversi organismi “di contrappeso” la cui opposizione alle scelte del governo e della maggioranza diventa anzi sempre più qualcosa di formale. L’obbiettivo del governo in questo senso non è quello di “censurare” Report, bensì di disciplinarlo e inquadrarlo meglio al servizio della necessità per le forze di governo di far fronte alla crisi egemonica dello Stato e delle sue istituzioni, candidandosi alla promozione di un effettivo regime. Operazione che oggi evidentemente passa per la rimozione di Ranucci dalla direzione del programma; che Ranucci accetti la “pensione” in qualche programmino innocuo o molto cerchi di difendersi, in ogni caso il passaggio che si è consumato, pur di carattere molecolare, rimarrà di una certa portata per quanto attiene ai processi di ridefinizione del ruolo della RAI.
L’opposizione a tutto questo non può certo essere quella di rivendicare come “difesa della democrazia” la precedente configurazione dei rapporti nello schieramento dominante legata alla Costituzione borghese, come propone di fare quella che è ormai diventata l’ala di sinistra del centrosinistra, oggi rappresentata da forze come il PRC, che sostiene una “democratizzazione della RAI” e difende il “modello Report”. La risposta consiste in un’attività di denuncia e contro-informazione realmente democratica, indipendente dai partiti e dalle istituzioni reazionarie, legata alla mobilitazione di massa per la formazione di un fronte anti-fascista nel quadro della prospettiva di una Nuova Resistenza per la formazione di un governo rivoluzionario di democrazia popolare.
COLLETTIVI DI PER LA DEMOCRAZIA POPOLARE
[1] https://www.osservatoriorepressione.info/diffidare-sempre-da-chi-ha-listinto-a-punire/