AND: KEIKO FUJIMORI AFFIDA LA “SICUREZZA” ALLE FORZE ARMATE DEL PERÙ E INAUGURA IL SUO GOVERNO ALL’OMBRA DEL FASCISMO DI SUO PADRE

 

Pubblichiamo una traduzione non ufficiale di un articolo pubblicato su A Nova Democracia sull’insediamento del governo di Keiko Fujimori in Perù.

Keiko Fujimori, erede del clan tirannico che ha tormentato il Perù per un decennio, ha assunto la guida del governo peruviano il 28 luglio, durante una cerimonia tenutasi al Palazzo del Governo a Lima, dopo aver vinto le elezioni con un margine inferiore a 50.000 voti e con l’appoggio di un blocco parlamentare fascista. Fujimori ha annunciato l’impiego delle forze di repressione nella cosiddetta «lotta alla criminalità», la costruzione di un megacarcere e l’adozione di tribunali anonimi, il che ha spinto i deputati delle forze di opposizione a reagire immediatamente, pur rimanendo nei limiti della stessa legalità reazionaria dell’aula, esibendo ritratti delle vittime del regime di suo padre, il genocida Alberto Fujimori.

Mentre la cerimonia ufficiale si svolgeva al Palazzo del Governo sotto un forte dispositivo di contenimento e protezione istituzionale, centinaia di manifestanti e familiari delle vittime assassinate dalla violenza fascista negli anni ’90 si sono riuniti in piazza per respingere con forza la nuova amministrazione. Si è distinta la forte testimonianza resa da Raúl Samillán, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime dei massacri, il quale ha dichiarato alla rete teleSUR che l’ascesa al potere di Keiko rappresenta una battuta d’arresto inaccettabile e ha affermato con enfasi che «le loro mani sono macchiate del sangue dei nostri cari».

Nel suo primo discorso ufficiale davanti alla burocrazia statale e agli ospiti internazionali, il tema dominante è stata la militarizzazione reazionaria. Keiko Fujimori ha ribadito che le Forze Armate genocidarie del Perù avrebbero assunto il controllo dell’«ordine interno» nelle aree soggette allo «stato di emergenza», sostituendo le forze di polizia. Giustificando la misura, la presidente ha dichiarato senza mezzi termini, cercando di conferirle un’aura di legalità, che «ovunque la criminalità organizzata, il narcotraffico o l’estrazione mineraria illegale abbiano strappato il controllo allo Stato, utilizzeremo tutti gli strumenti che la Costituzione mette a disposizione».

L’orientamento del nuovo governo ha ricevuto anche l’aperto sostegno di governanti reazionari della regione, come l’argentino Javier Milei e il paraguaiano Santiago Peña, oltre che da agenzie internazionali imperialiste di rating come Moody’s, che hanno celebrato la «prevedibilità macroeconomica» favorevole agli «investitori stranieri», eufemismo per indicare il capitale finanziario imperialista.

Festeggiando la stabilità per il grande capitale locale e imperialista, il dirigente finanziario Luis Ramos, della società di intermediazione LarrainVial, ha pubblicamente affermato che «il risultato rappresenta una prima conferma del modello di coalizione che sostiene la governabilità di Fujimori e la sua capacità di promuovere un’agenda legislativa favorevole alla crescita» economica dei magnati dell’industria.

Un gabinetto ministeriale sotto inchieste e procedimenti giudiziari

La nuova composizione del parlamento peruviano, che segna il ritorno del sistema bicamerale abolito dopo l’autogolpe di Stato di Alberto Fujimori nel 1992, ha messo in luce aspre contese per il controllo dell’apparato statale, quando il partito reazionario Forza Popolare, di Keiko Fujimori, ha conquistato la presidenza del Senato sotto la guida di Miguel Ángel Torres, mentre la coalizione dell’opposizione reazionaria si è assicurata la presidenza della Camera dei Deputati con la vittoria di Óscar Reto Otero, dimostrando chiaramente la necessità di complesse alleanze e intese per sostenere la cosiddetta «governabilità» della nuova amministrazione dell’Esecutivo.

​Le dichiarazioni giurate presentate dai membri del Consiglio dei ministri guidato da Luis Galarreta hanno rivelato che diversi ministri insediati sono oggetto di procedimenti giudiziari e indagini fiscali per corruzione e abuso d’autorità; lo stesso primo ministro è sotto indagine per presunti reati di riciclaggio di denaro, abuso di potere e criminalità organizzata, oltre ad avere precedenti legati a frodi elettorali passate, come evidenziato nei documenti ufficiali diffusi dalla stessa stampa peruviana. Non sono gli unici ad avere problemi con la «giustizia», dando così il via a un governo con una lunga serie di accuse e sospetti alle spalle.

Il passato sanguinario del clan Fujimori

​Il ritorno del clan fujimorista al comando del vecchio Stato peruviano riporta inevitabilmente alla luce la storia tenebrosa di crimini e gravi violazioni dei diritti perpetrati durante il regime di Alberto Fujimori, periodo in cui, sotto l’egida del vecchio Stato, operava la sanguinaria squadra della morte denominata «Grupo Colina», direttamente responsabile di torture e massacri come quello di Barrios Altos e del brutale sequestro, tortura e assassinio di studenti e di un professore presso l’Università Nazionale Enrique Guzmán y Valle, la celebre La Cantuta.

Una testimonianza incontestabile di queste denunce fu pubblicata dal quotidiano democratico El Diario Internacional, un anno dopo l’autogolpe, nel maggio 1993, con il titolo «I sicari di Fujimori». L’articolo riportava la denuncia del generale dell’Esercito Rodolfo Robles, che rivelò l’esistenza di un distaccamento speciale operante all’interno delle forze di repressione dal 1991 con lo scopo di rapire, torturare e sterminare gli oppositori con la falsa giustificazione di combattere la Guerra Popolare, guidata dal Partito Comunista del Perù (PCP).

L’articolo spiegava in dettaglio che l’apparato paramilitare di sterminio e terrore operava direttamente sotto gli ordini del consigliere presidenziale Vladimiro Montesinos e del generale Nicolás Hermoza Ríos. Secondo la testimonianza del generale Robles, questa banda macabra fu direttamente responsabile dell’assassinio di 45 studenti universitari, un professore e 16 persone nel famigerato massacro di Barrios Altos, avvenuto nel novembre 1991.​

Il massacro di Barrios Altos mieté vittime tra i lavoratori di Ayacucho che stavano celebrando una festa popolare, tra cui un bambino di otto anni giustiziato a sangue freddo. Il governo ha cercato di nascondere il crimine con la menzogna di una resa dei conti interna, ma i giornalisti hanno confermato che gli assassini utilizzavano silenziatori e veicoli ufficiali del Servizio di Intelligence Nazionale (SIN), che in seguito, nel 2001, sarebbe diventato la Dirección Nacional de Inteligencia (DINI).

Un altro crimine barbaro documentato fu il rapimento e l’omicidio di nove studenti e un docente dell’Università Nazionale Enrique Guzmán y Valle, la famosa «La Cantuta», nel luglio del 1992. Truppe legate al Servizio di intelligence dell’Esercito e alla Direzione di intelligence fecero irruzione nei dormitori degli studenti nelle prime ore del mattino, costringendo gli studenti a sdraiarsi a terra prima di portare via alcuni prigionieri.

Gli studenti rapiti e scomparsi sono stati identificati come Bertila Lozano Torres, Dora Oyague Fierro, Luis Enrique Ortiz Perea, Armando Richard Amaro Cóndor, Robert Édgar Teodoro Espinoza, Heráclides Pablo Meza, Felipe Flores Chipana, Marcelino Rosales Cárdenas e Juan Gabriel Mariños Figueroa, oltre al docente Hugo Muñoz Sánchez. I loro corpi martirizzati furono successivamente ritrovati nel giugno 1993 in quattro fosse comuni nel distretto di Cieneguilla.

Il campus universitario di La Cantuta aveva una storia di forte politicizzazione a causa delle origini umili e povere dei suoi studenti, provenienti dall’entroterra del Paese, il che portò il regime reazionario di Fujimori a considerarlo una fucina di rivoluzionari. Il luogo subì innumerevoli incursioni militari, occupazioni prolungate e un rigoroso controllo da parte di truppe armate, che precedettero lo sterminio criminale che in seguito costituì la base della storica condanna giudiziaria inflitta al fascista Alberto Fujimori il 7 aprile 2009.

La scia di sangue continua ad allungarsi

​Il massacro di Colcabamba, avvenuto ad aprile, dimostra la portata concreta della nuova politica repressiva dello Stato peruviano. Cinque civili sono stati giustiziati nel settore di Puente Mellizo, nel distretto di Colcabamba, da una pattuglia dell’esercito reazionario che ha sparato circa 60 colpi contro un furgone, nel corso di un’operazione di controinsurrezione nella regione della Valle dei Fiumi Apurímac, Ene e Mantaro (VRAEM), teatro di una forte attività rivoluzionaria dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL), guidato dal PCP.

Il Comando Congiunto delle Forze Armate ha cercato di sostenere la falsa versione secondo cui gli occupanti sarebbero stati presunti narcotrafficanti che avevano attaccato i soldati, ma la farsa è stata smontata da perizie e testimonianze. Nel veicolo non sono state rinvenute né armi né droga, e le analisi forensi hanno indicato che nessuno dei morti aveva sparato con un’arma da fuoco, mettendo in evidenza il carattere criminale dell’attacco contro le masse povere della regione.

L’attacco è stato descritto in dettaglio dal racconto di Jhonatan Águila, un sopravvissuto che si è finto morto e ha assistito all’esecuzione dei feriti sul posto. Águila ha ascoltato la conversazione tra il capitano Luís Montenegro Pardo e i suoi subordinati, riferendo che l’ordine impartito dopo i primi spari era categorico: «Portate le pallottole e gettatele nell’auto», a conferma della messinscena orchestrata per giustificare l’assassinio di innocenti.

Un altro caso, nella comunità indigena ticuna di Bellavista Callarú, situata nella regione amazzonica di Loreto, ha denunciato una violenta operazione del Comando Unificado del Putumayo y Mariscal Ramón Castilla (PUMA) condotta alla fine di luglio con il pretesto di combattere il traffico di droga. Il sindaco Desiderio Flores ha riferito sui social media che le truppe hanno avanzato nel territorio e hanno attaccato gli abitanti, dichiarando che «l’Esercito è entrato nel nostro territorio, sta uccidendo la mia gente; ha ucciso un bambino. Non siamo criminali, siamo indigeni che custodiscono il confine».