Pubblichiamo un articolo di A Nova Democracia relativo all’uscita nelle sale cinematografiche dell’atteso film di Christopher Nolan, Odissea. Il film è molto dibattuto in USA, ma anche in Italia. Nel nostro paese le critiche principali vertono sulla scarsa fedeltà al poema di Omero. Inevitabilmente però la rappresentazione di un’opera d’arte è il frutto di scelte. Il problema non può essere quello di confrontare la rappresentazione con l’opera originale, al fine di valutarne il grado di corrispondenza formale. Semmai la questione è se le scelte fatte richiamano o meno, sotto il profilo storico-sociale e politico, i caratteri e i motivi essenziali della stessa opera originale. Una critica al lavoro di Nolan che si fonda sul richiamo ad una riproduzione puntuale nasconde o, nel migliore dei casi, dà spazio alla pretestuosità. Come ben evidenziato, ad es., con la palese presa di distanza di carattere razzista dalla scelta di assegnare il ruolo di Elena di Troia all’attrice Lupita Nyong’o.
L’articolo di A Nova Democracia offre interessanti spunti di riflessione per chi il film lo ha già visto, ma anche per chi non ha ancora assistito alla sua proiezione. Compara l’opera originale di Omero, scritta nel periodo di grande splendore della Grecia antica, con la sua rappresentazione odierna, proposta da Nolan, nell’epoca di massima decadenza dell’imperialismo, in particolare quello americano. Emerge chiaramente come le classi delle diverse epoche storiche producano ciascuna la sua ideologia e, di conseguenza, che “epoche diverse producono opere artistiche altrettanto diverse, sia nella forma che nel contenuto”. La recensione fatta da A Nova Democracia promuove anche il corretto approccio militante di fronte alle opere d’arte, che non deve essere di semplice fruizione passiva e di assorbimento acritico.
GRUPPO di LAVORO per l’ARTE PROLETARIA – Collettivi di Per La Democrazia Popolare
“L’ODISSEA” DI NOLAN E “L’ODISSEA” DI OMERO: QUANDO LO SPIRITO DEL TEMPO PARLA PIÙ FORTE
Tra Omero e Hollywood, l’Ulisse di Nolan rivela meno il passato della Grecia che la profonda crisi politica e morale dell’era dell’imperialismo dei giorni nostri.
C’è qualcosa di ancora più assordante, nel film di Christopher Nolan, dell’urlo del ciclope Polifemo quando viene ferito dagli uomini di Ulisse: lo spirito del tempo, lo Zeitgeist, come si direbbe nella filosofia classica tedesca. È proprio lo spirito del tempo a rendere l’adattamento cinematografico de «L’Odissea» – poema epico di Omero e vero tesoro dell’umanità dell’Antica Grecia – un film dal tono cupo e sconvolgente, e a trasformare Ulisse, l’astuto e abile eroe della guerra di Troia, in un protagonista spiritualmente lacerato dal rimorso per aver massacrato i Troiani.
Quando Omero scrisse “L’Odissea”, tra il 750 e il 700 a.C., la società greca era in ascesa, nel pieno del suo vigore e del suo splendore, come confermano i successi marittimi e la costruzione di un’intera sovrastruttura politica con la nascita delle poleis (città-stato). Tale processo inoltre, nell’immaginario collettivo richiedeva la conferma dei propri miti e valori fondanti attraverso la tradizione orale e letteraria.
A Omero spettò parte della responsabilità storica di tale compito. Come disse Platone: «Omero fu il poeta che educò la Grecia».
E perché questo è importante per distinguere lo spirito del poema omerico dallo spirito dell’adattamento cinematografico di Nolan? È importante perché, come vedremo, epoche diverse producono opere artistiche altrettanto diverse, sia nella forma che nel contenuto – o, per dirla con le parole di Marx ed Engels ne «L’ideologia tedesca»: «le idee di un’epoca sono le idee della classe dominante».
L’obiettivo di Nolan
Interrogato sulla rimozione di uno dei passaggi più ingegnosi e spiritosi del poema di Omero, Nolan ha risposto di aver provato a riprodurlo, ma di aver concluso che «i giochi di parole tradotti sono molto difficili». Nell’episodio originale a cui ci riferiamo, Ulisse dice al ciclope Polifemo che il suo nome è «Nessuno». Dopo essere stato accecato da un colpo di paletto, il mostro chiede aiuto agli altri ciclopi, gridando che «Nessuno» lo sta attaccando – il che li porta a credere che non sia in pericolo e ad abbandonarlo al suo destino.
Il fatto è che tale omissione riflette bene una tendenza presente in tutto l’adattamento di Nolan: indebolire elementi che mettono in risalto alcune qualità particolari della figura di Ulisse – nello specifico, la sua astuzia e la sua padronanza della parola – e quelli che potrebbero conferire un certo tono di avventura o di divertimento all’opera. Il rischio, a quanto pare, sarebbe che tali elementi attenuino la vera sventura del suo guerriero pentito, interpretato da Matt Damon.
In Omero, l’Ulisse originale dimostra, più di una volta, una notevole costanza di fronte alle situazioni che potrebbero allontanarlo dal suo obiettivo di tornare in patria, recuperare la propria casa e ritrovare Penelope sull’isola di Itaca – l’obiettivo fondamentale che guida il suo percorso. Gli esempi non mancano.
Nel poema, Ulisse ha il compito di salvare i suoi uomini dopo che questi sono stati storditi dall’«oppio di Omero», il fiore di loto – un frutto mitologico presente nella terra dei Lotofagi, che induce chi lo consuma in uno stato di apatia e oblio del futuro. È Ulisse a trascinarli di nuovo sulle navi e a impedire che l’oblio interrompa definitivamente il viaggio. In seguito, Ulisse non si stabilisce nemmeno tra i Feaci (navigatori dotati di poteri magici), sebbene il re Alcinoo gli offra la possibilità di rimanere lì, di sposare sua figlia e di ricevere una dimora, ricchezze e potere. Infine, è sull’isola di Ogigia, dopo aver perso tutta la sua ciurma a causa di una punizione di Zeus, che Ulisse affronta la prova più grande della trama letteraria: rifiuta l’immortalità e l’eterna giovinezza che Calipso gli offre, qualora accetti di rimanere al suo fianco, un’offerta considerata irrinunciabile per qualsiasi mortale.
Sono proprio queste prove a legittimare la condizione di eroe dell’Ulisse omerico, nonostante i suoi noti vizi, quali la menzogna, la vanità e, da un certo punto di vista, l’empietà. Non un eroe alla maniera di Achille, la cui eccellenza si manifesta soprattutto, e in modo immediato, nello scontro e nella forza bellica, ma un eroe odisseico, la cui grandezza risiede anche nell’intelligenza e nella capacità di mantenere il proprio proposito.
Lo stesso, tuttavia, non vale esattamente per l’Ulisse di Nolan. L’atmosfera che lo circonda e le sue riflessioni più significative rivelano un eroe tormentato dalle ingiustizie che crede di aver commesso nel corso del suo viaggio, soprattutto per quanto riguarda il massacro perpetrato durante la guerra di Troia. Si tratta di un conflitto interiore inesistente nell’Ulisse omerico e che Christopher Nolan prende sicuramente in prestito dalla «psicologia del veterano pentito» della nostra epoca – l’epoca dell’imperialismo, segnata da guerre ingiuste e genocidi di popoli.
Il protagonista del film non solo perde parte della gloria e dell’intelligenza dimostrate dal suo omologo letterario nel superare le prove ma, in certi momenti, si muove in direzione opposta a quella dell’eroe omerico. Ad esempio, consuma il fiore di loto per sette anni sull’isola di Ogigia e, durante tutto questo periodo, lotta per ricordare la famiglia e la terra natale, arrivando persino a chiedersi, in diverse occasioni, se abbia una moglie o un figlio.
Si può discutere se questa sia stata o meno una soluzione adeguata per condensare l’opera in un film, dato che omette l’isola dei Lotofagi, dove originariamente si svolge la scena che coinvolge il fiore di loto. Il fatto è che, inebriato dal potere dell’«oppio omerico» e incantato dagli anni in cui condivide il letto con Calipso, l’Ulisse di Nolan raggiunge qui il punto più alto del suo distacco dall’Ulisse di Omero: l’incapacità di preservare, di fronte alle circostanze, il filo della propria identità e l’orientamento fondamentale del suo ritorno – la sua casa a Itaca, suo figlio Telemaco e sua moglie Penelope.
Nolan non solo trasforma Ulisse in un consumatore di loto, un “dipendente dall’oppio omerico”, ma gli nega anche l’offerta più allettante dell’opera: la possibilità di una giovinezza eterna al fianco della ninfa Calipso (descritta nella mitologia per la sua grande bellezza e il potere di seduzione sugli uomini), qualora avesse scelto di rimanere con lei. L’Ulisse omerico, che ogni giorno lamentava la propria prigionia presso la ninfa e l’impossibilità di tornare a Itaca, non esitò un attimo a rifiutare l’offerta. Questo è il massimo esempio della sua fermezza di carattere – un episodio che, secondo gli studiosi dell’argomento, ha sicuramente contribuito a formare la morale dei Greci. L’Ulisse di Nolan non ha avuto la stessa opportunità di dimostrare una tale statura morale, dato che Calipso non gli fa nemmeno questa offerta nel film: forse, permeato dallo «spirito del tempo» e in linea con la morale di questa versione del personaggio, l’Ulisse di Nolan non avrebbe potuto rifiutarla, rendendo impossibile inserirla nella trama hollywoodiana.
Non sarebbe forse assurdo paragonare qui la situazione di questo Ulisse contemporaneo alle tante storie di veterani di guerra statunitensi che, proprio come il nostro protagonista “nolaniano”, sono diventati dipendenti da varie forme di psicofarmaci dopo le loro disavventure nelle missioni imperialiste di invasione e saccheggio delle nazioni oppresse? A questo proposito, poco importa se la scelta di Nolan sia stata circostanziale.
Che dire, ad esempio, delle apparizioni di Atena nel corso della trama o della scena nell’Ade in cui i caduti nella guerra di Troia accusano e perseguitano il loro comandante Ulisse? Molto significativa è la scena in cui Sinone, morto a Troia secondo l’Odissea di Nolan, accusa Ulisse di aver mentito e nascosto l’informazione che sarebbe morto nel consegnare il cavallo ai Troiani. Che tipo di comandante nasconde consapevolmente a un soldato che morirà sicuramente nell’adempimento di una missione? Lo sappiamo bene.
A proposito, Atena, che appare a Ulisse nei suoi momenti di riflessione, assume il corpo e le sembianze nientedimeno che di una sacerdotessa troiana, alla cui decapitazione egli stesso aveva assistito durante la presa della città da parte del suo esercito, confermando inequivocabilmente l’intenzione del regista di rendere il suo protagonista un eroe tormentato dalle conseguenze della guerra e, in particolare, dall’orrore scatenato dall’inganno del Cavallo di Troia, che avrebbe violato mortalmente la legge di Zeus, la xenia: antico concetto greco di ospitalità sacra che stabiliva un obbligo morale di rispetto reciproco e generosità tra ospiti e stranieri.
Ulisse diversi, legittimati da valori diversi
Le due opere sono strutturalmente a favore di Ulisse, ma lo legittimano attraverso sistemi di credenze storicamente distinti. In Omero, Ulisse può saccheggiare città, ridurre in schiavitù le donne, ordinare o consentire punizioni atroci e agire con spietatezza senza che ciò provochi in lui un senso di colpa interiore; la sua legittimità nasce da un altro universo morale, in cui egli è il re che riconquista l’oîkos – la casa, la famiglia, i beni e l’autorità domestica –, ristabilisce l’ordine, punisce la violazione dell’ospitalità e afferma, attraverso l’astuzia, l’autocontrollo e la vendetta, i valori di una società greca in formazione. Omero, senza dubbio, lascia spazio al disagio nei confronti delle azioni del suo protagonista, ciononostante lo consacra come una sorta di «eroe necessario» di quell’ordine.
Nolan, dal canto suo, legittima Ulisse attraverso una sorta di senso di colpa borghese di fronte ai crimini di guerra: egli può continuare a meritare la simpatia del pubblico solo perché soffre, si pente, riconosce le vittime e condanna moralmente la gloria che si è conquistato. Questa assoluzione psicologica, trasposta nel mondo reale, esprime lo spirito di settori borghesi dell’opinione pubblica di fronte alle guerre imperialiste in corso: ne rifiutano gli orrori e provano compassione per le loro vittime ma, negando la Rivoluzione come via d’uscita storica e politica, si chiudono nella mera compassione o nel senso di colpa. Il fatto è che Nolan assolve Ulisse attribuendogli un senso di colpa piccolo-borghese del tutto inverosimile.
La verosimiglianza, in ogni caso, non sembra essere stata al centro delle preoccupazioni di Nolan, che ha ricevuto una serie di critiche da parte dei più fedeli difensori della tradizione dell’Età del Bronzo su questioni che vanno dall’armatura dei soldati (che dire, ad esempio, del suo Agamennone in vergognoso richiamo a Batman (o a Darth Vader?) alla costruzione delle navi e alla polemica ormai cliché riguardante l’etnia degli attori scelti per i ruoli.
Il dibattito sulla verosimiglianza estetica, tuttavia, è piuttosto secondario, nella misura in cui tale critica trascura la fondamentale differenza filosofica tra il film e il poema. Al massimo, potremmo affermare che una maggiore fedeltà di Nolan a questi aspetti impedirebbe a parte della critica di allontanarsi dal messaggio fondamentale del film, espresso nel discorso finale di Ulisse: l’imminente crollo della loro civiltà sarebbe responsabilità dei Greci. Portando saccheggio e violenza agli altri popoli, essi sarebbero colpevoli del proprio crollo di civilizzazione, per aver violato la legge di Zeus e le sue norme di ospitalità e civiltà. Ancora una volta, si tratta di un’interpretazione e di una consapevolezza tipiche dell’attuale epoca del capitalismo nella sua fase imperialista, che si trova in uno stadio avanzato e senza precedenti di decomposizione.
I reazionari reagiscono al significato del film
Per i reazionari come John Daniel Davidson, redattore capo di “The Federalist”, un portale di estrema destra allineato al trumpismo, “L’Odissea” di Nolan, soprattutto per quanto riguarda la colpa di Ulisse nella guerra di Troia, rappresenterebbe una sorta di “rivisitazione di sinistra e rivoluzionaria”. Davidson lo ha affermato in un articolo intitolato «Stiamo vivendo in un’era di distruzione culturale» e, facendo riferimento a vari adattamenti, tra cui quello di Nolan, ha detto che «i rivoluzionari di sinistra possono iniziare censurando libri o autori che non gradiscono ma, alla fine, si appropriano di queste storie e trasformano le opere di questi autori in qualcosa di utile per la loro rivoluzione».
Vale la pena chiedere a quell’idiota: il film di Christopher Nolan, con un “modesto” budget di 250 milioni di dollari e distribuito dal monopolio statunitense Universal Pictures, sarebbe davvero rivoluzionario? (La domanda è retorica, naturalmente, perché fanatici come lui risponderebbero, senza cogliere l’ironia, che sì!). Del resto, sappiamo bene quanto sia comune, sin dalla pubblicazione del «Manifesto del Partito Comunista» nel 1848, che settori della stessa borghesia si accusino a vicenda di «sinistrismo» o «comunismo» nelle loro dispute per la guida politica dello Stato. Tuttavia, questo tipo di reazione non smette di essere comica e, allo stesso tempo, piuttosto rivelatrice.
Questa critica grossolana di Davidson, che trova eco anche in altri reazionari dello spettro politico statunitense, come Spencer Klavan e John Byron Kuhner, entrambi con valutazioni simili sul film, non rivela un presunto carattere progressista del lungometraggio di Nolan – poiché tale carattere, nel senso pieno del termine, non esiste nel film – ma, piuttosto, il disagio di fronte all’idea che, forse, una parte della borghesia imperialista yankee, anche attraverso il cinema, stia ammettendo il clamoroso e vergognoso fallimento della politica estera statunitense, in particolare evidenziato dalle recenti e amare lezioni apprese nella guerra contro la nazione iraniana e dal profondo logoramento dell’opinione pubblica di fronte alla responsabilità degli Stati Uniti per il brutale genocidio palestinese, che ha portato a una clamorosa sconfitta sia per loro stessi che per la bestia nazista-sionista.
Ancora una volta, è lo “spirito del tempo” a prevalere nell’adattamento di Christopher Nolan: uno “spirito del tempo” contaminato dalle confessioni delle classi dominanti che, a differenza delle classi dominanti dell’epoca storica di Omero, sanno che i propri miti, i propri valori e la propria stessa società si trovano in uno stadio avanzato di decomposizione.
L’Ulisse di Nolan sotto diversi aspetti è un Ulisse nordamericano che è stato in Iraq, in Afghanistan, nelle operazioni a sostegno del genocidio nella Striscia di Gaza o nella guerra contro l’Iran — e che, come tanti veterani del mondo reale, è tornato per subire i traumi di una guerra ingiusta, che è servita solo ad accrescere la rabbia e la determinazione rivoluzionaria dei popoli oppressi che ha aggredito.