APPELLO DEI COLLETTIVI DI PLDP AI GIOVANI COMUNISTI DEL PRC: LASCIATE IL PARTITO DI RIFONDAZIONE E SCEGLIETE LA STRADA DELLA RIVOLUZIONE DEMOCRATICO POPOLARE ANTIFASCISTA
Il 12 aprile il CPN del Partito di Rifondazione ha approvato con 89 voti a favore e 80 contrari la linea di una prospettiva di governo con il PD ed il resto del cosiddetto “centro sinistra”. Il documento del CPN afferma infatti: “Il rifiuto politico della possibilità di convergenze con il centro-sinistra, nasceva da una valutazione sullo spostamento a destra del PD e sulla sua partecipazione a governi di unità nazionale fondati sull’austerità. Condizioni politiche che si sono evidentemente modificate non solo per i cambiamenti di linea del PD dopo l’elezione di Elly Schlein, per la riduzione del peso dei centristi, per la presenza nello schieramento del M5S e per l’accresciuto peso di AVS” e dichiara :“il Partito della Rifondazione Comunista propone alle forze sociali e politiche di opposizione al governo Meloni di lavorare per un Fronte democratico per la Costituzione che ponga le basi per una coalizione elettorale maggioritaria”… “L’obiettivo del nostro partito è di fare sentire in questo Fronte principalmente la domanda politica di coloro che hanno votato “No” al referendum ma che nel 2022 non avevano sostenuto nessuna delle forze di opposizione (nemmeno la nostra). È questa parte soprattutto che mette in campo una doppia esigenza: cacciare la destra dal governo e contemporaneamente avviare un percorso di costruzione dell’alternativa che porti all’affermazione di un programma di rottura nella direzione politica del Paese”.
Questo documento è la conseguenza diretta delle decisioni dell’ultimo congresso del Partito incentrate sull’idea di un fronte elettorale e di alternativa di governo “antifascista”. Chi pensava di poter cambiare la linea del congresso rimanendo nel partito ha sbagliato completamente analisi e previsioni.
Il 12 aprile il CPN del PRC si è praticamente spaccato. Questa spaccatura riflette la situazione di crisi esistente nel partito ed accentua il distacco di gran parte delle realtà dei Giovani Comunisti dalla politica e dalla struttura organizzativa del partito. Non è nemmeno pensabile che una divisione di questo tipo su una questione di così grande rilevanza possa risolversi a breve termine. La cosa più probabile è che la crisi stia arrivando ad una fase terminale. Una precisa percezione di essere ad un bivio della propria esistenza emerge nello stesso documento del CPN: “Una visione dogmatica che non tenga conto dei mutamenti di fase – in primo luogo il primo governo in Europa guidato dagli eredi diretti del fascismo e il ruolo dell’estrema destra mondiale – produrrebbe l’incapacità di indicare una strategia e una tattica in grado di incidere sui processi reali e sancirebbe la definitiva marginalizzazione del nostro Partito, fino a metterne in discussione la stessa esistenza”. Ovviamente tale percezione non si accompagna di per sé ad una scelta proletaria e rivoluzionaria. Viceversa, da tale constatazione il CPN trae la conclusione che le sue possibilità di sopravvivenza sono legate alla possibilità di salire sul carro del “centro-sinistra”.
La crisi generale del capitalismo che si riflette in Italia con particolare pesantezza, la tendenza alla rivoluzione mondiale rappresentata dalla ribellione, dalla resistenza e dalle rivoluzioni dei popoli oppressi (Palestina, India, Filippine, Turchia, Perù, Brasile, Ecuador, Colombia, ecc.), lo sviluppo della guerra inter-imperialista ed il processo di fascistizzazione in corso in Italia, che limita i diritti democratici e sindacali e, in generale, le libertà di opposizione e manifestazione , stanno contribuendo a mettere alla corde forze elettoraliste ed opportuniste non solo come il PRC, ma anche il PCI o PAP, costringendole a scegliere se andare a destra e posizionarsi sempre più sotto l’egemonia del “centro-sinistra” o andare a sinistra verso una prospettiva democratica, rivoluzionaria ed antifascista.
Nessuna forza politica della sinistra radicale o dell’estrema sinistra può, peraltro, di fronte alla pressione crescente della ribellione dei popolai oppressi, della guerra imperialista e del fascismo, evitare la crisi e la liquidazione senza imboccare quest’ultima strada.
Nello specifico il CPN del PRC per giustificare la sua scelta propone una lettura strumentale e superficiale del problema del fascismo: “la fase è caratterizzata dall’ascesa di una destra autoritaria, reazionaria e con elementi di fascismo, dall’intreccio sempre più evidente tra guerra e autoritarismo che si alimentano a vicenda”…“Le forze di estrema destra e neofasciste stanno conducendo un’offensiva su vasta scala, sfruttando il malcontento per le disastrose conseguenze del neoliberismo per accelerarne l’attuazione”. … “Nazionalismo esasperato, razzismo, xenofobia, sessismo, odio anti-LGBTQI+, incitamento all’odio e normalizzazione della crudeltà accompagnano l’avanzata dell’estrema destra in ogni fase, adattandosi alle circostanze specifiche di ciascun paese”.
Si tratta di una lettura fenomenica e quindi superficiale che elude il rapporto tra imperialismo, capitale finanziario, crisi generale del capitalismo e processi di fascistizzazione dello Stato. In particolare, il PRC cerca di nascondere che la questione del fascismo è una questione relativa alla forma dello Stato borghese, ossia della dittatura della borghesia sul proletariato e sulle masse popolari. Il processo di fascistizzazione in Italia procede da svariati decenni a suon di stragi di Stato, apparati speciali, leggi eccezionali, eliminazioni selettive, torture e pestaggi, riforme istituzionali, ecc. Questo anche perché, in un certo senso, con la fine della II guerra mondiale i governi di unità nazionale che si sono succeduti dopo la svolta di Salerno hanno compreso al proprio interno e quindi riabilitato e riciclato, all’ombra dell’egemonia dell’imperialismo USA, gran parte delle forze del vecchio regime fascista. Oltre a questo, gran parte degli apparati repressivi e burocratici del vecchio regime si sono riciclati nel nuovo “Stato democratico costituzionale”, quello stesso Stato che oggi il PRC vorrebbe usare come bandiera dell’antifascismo.
La realtà è che forze come il PCI, poi il PDS e il PD (che, non dimentichiamo, è l’incarnazione del compromesso storico tra parte della DC e del PCI), oppure come la “sinistra cossuttiana del PCI” riciclatasi, almeno in una certa fase, in Rifondazione Comunista o, successivamente, il M5S, hanno dato un contributo decisivo a questo processo di fascistizzazione e in alcun modo oggi possono essere definite “democratiche” ed “antifasciste”. Si tratta di forze organicamente reazionarie, sostenitrici degli interessi dell’imperialismo italiano ed internazionale, organicamente guerrafondaie e contrapposte alla resistenza e alle rivoluzioni dei popoli oppressi. Si tratta di forze in parte social-fasciste ed in parte fascio-populiste [M5S].
Le grandi manifestazioni ed iniziative studentesche e popolari di sostegno alla resistenza del popolo palestinese e di opposizione alle imprese dell’imperialismo internazionale, sino alla difesa dell’indipendenza nazionale del Venezuela, di Cuba, dell’Iran, ecc., così come l’esperienza della repressione nelle strade e nelle piazze, dentro le scuole e le università, sui posti di lavoro, ecc., hanno contribuito a generare nei settori più avanzati delle masse studentesche e giovanili l’esigenza di un’organizzazione politica e di un fronte popolare rivoluzionario per la lotta contro il fascismo e l’imperialismo, per la necessità, oggi, di preparare, organizzare ed iniziare una Nuova Resistenza per uno Stato di Democrazia Popolare sulla Via del Socialismo.
La situazione politica e la decomposizione del PRC motivano e giustificano il nostro appello ai Giovani Comunisti per un lavoro comune e per la costruzione, in prospettiva, di un’unica organizzazione rivoluzionaria dei giovani che aspirano al comunismo e che oggi sono ancora frammentati tra diverse realtà politiche organizzate.
Collettivi di Per La Democrazia Popolare
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