L’omicidio di Renee Nicole Good da parte di un agente della United States Immigration and Customs Enforcement, meglio conosciuta come ICE, ha generato proteste, presidi e denunce pubbliche. Renee Nicole Good era un’attivista impegnata nel monitoraggio delle attività dell’ICE, che nell’ultimo periodo sta realizzando dei veri e propri assalti nelle città americane sotto gli auspici del presidente ultrareazionario e fascista Donald Trump. Più di recente, è stata avviata la così detta “Operation Metro Surge”, che prende di mira in particolare le città di Minneapolis e Saint Paul (conosciute come le “Twin Cities”) e in generale tutto lo Stato del Minnesota. Le comunità somale, composte perlopiù da persone che sono dovute scappare dalla devastazione del loro paese causata dall’imperialismo, principalmente quello statunitense, sono state indicate come il principale obiettivo, con tanto di una precedente campagna di disinformazione che ha posto le basi per la creazione di consenso pubblico a quest’attività di rastrellamento etnico degna dei peggiori stati fascisti.

Le mobilitazioni hanno messo al centro la brutalità dell’agenzia di controllo migratorio, l’assenza di responsabilità e di vigilanza pubblica, e il carattere intimidatorio delle operazioni di polizia amministrativa. I fatti mostrano una dinamica ormai ricorrente: interventi altamente coercitivi su soggetti vulnerabili, seguiti da una gestione comunicativa che riduce l’evento a “incidente” o “errore”. È su questo scarto tra fatti e narrazione ufficiale che occorre quindi intervenire tramite un’analisi coerente dei rapporti di forza che sono alla base di tali dinamiche.

Lo Stato è un apparato di dominio di classe. Le sue agenzie repressive non servono primariamente a garantire diritti astratti, ma a preservare un ordine materiale. L’ICE non è un’eccezione: è uno strumento di controllo sociale che opera selettivamente su una popolazione resa vulnerabile. L’omicidio di Renee Nicole Good non va letto come un “incidente tragico”, ma come manifestazione di una funzione che mira allo stesso tempo a intimidire, disciplinare e rendere esemplare, nel quadro del processo di fascistizzazione in atto, con ritmi sempre più intensi, negli stati imperialisti e in quelli a capitalismo burocratico.

L’imperialismo è la fase in cui il capitale, giunto a maturazione monopolistica, esporta crisi e violenza all’esterno mentre irrigidisce il controllo all’interno. La fascistizzazione non è un evento improvviso, ma una tendenza: restringimento degli spazi politici, normalizzazione della violenza statale, identificazione di nemici interni. Questo è legato alla costante e sempre più avanzata negazione dei valori classici della democrazia liberale da parte della borghesia imperialista. Negli Stati Uniti, l’inasprimento degli apparati repressivi contro migranti e poveri procede in parallelo a una politica estera sempre più aggressiva, militarizzata e destabilizzante, come dimostra l’aggressione in atto ai danni del Venezuela. Non si tratta di due dinamiche separate, ma di un unico movimento dell’imperialismo in crisi.

L’imperialismo statunitense, stretto tra crisi economica, competizione inter-imperialista e resistenze popolari, risponde con una doppia strategia: guerra verso l’esterno, repressione verso l’interno. La polizia di confine e l’ICE diventano così laboratori di pratiche repressive: ciò che oggi viene apparentemente sperimentato esclusivamente sui migranti diventerà domani norma per settori sempre più ampi delle masse popolari.

Il brutale omicidio avvenuto a Minneapolis non quindi è un episodio isolato, ma il sintomo di una precisa tendenza: l’imperialismo tenta di uscire disperatamente dalla sua crisi terminale e la repressione nei confronti delle classi oppresse si inasprisce in maniera sempre più violenta. In un contesto di fascistizzazione, l’apparato repressivo opera con crescente brutalità e minori responsabilità e controlli. La morte diventa così un esito prevedibile di un sistema che accetta la violenza aperta contro le classi oppresse come strumento ordinario di governo.

La risposta non può limitarsi alla sola denuncia morale. La fascistizzazione dell’imperialismo richiede un salto di qualità organizzativo, un organismo in grado di incanalare la giusta rabbia delle masse nella lotta organizzata contro il fascismo, l’imperialismo e il capitalismo.

Ciò implica la necessità di un partito capace di legare le lotte contro la repressione interna alla lotta contro la guerra imperialista, unificando le masse popolari in una prospettiva internazionalista. Le lotte che attraversano il mondo – dalle proteste nei paesi imperialisti alla resistenza del popolo palestinese, passando per le guerre popolari in Perù, India, Filippine Turchia, ecc. – non sono episodi separati, ma momenti di una stessa tendenza rivoluzionaria mondiale. I due assi della Rivoluzione Proletaria Mondiale, il movimento proletario internazionale e le lotte di liberazione nazionale, devono avanzare seguendo nei paesi oppressi il programma della Nuova Democrazia, nei paesi imperialisti arretrati come l’Italia il programma della Rivoluzione Democratico-Popolare antifascista e nei paesi imperialisti avanzati il programma della Rivoluzione Direttamente Socialista.

Senza una direzione politica cosciente, la spontaneità delle masse si esaurisce. Solo con un partito comunista fondato sull’ideologia scientifica del proletariato, il marxismo-leninismo-maoismo, la rabbia delle masse può trasformarsi in forza storica capace di spezzare la spirale di guerra esterna e repressione interna che caratterizza l’imperialismo in crisi. È una necessità storica questa che garantisce continuità strategica, centralizzazione politica, legame organico con le masse e capacità di resistere alla repressione. Solo una direzione rivoluzionaria fondata sull’egemonia del proletariato e sulla linea di massa può unificare le lotte parziali, trasformare l’indignazione in organizzazione e l’organizzazione in potere politico.

COLLETTIVI DI PER LA DEMOCRAZIA POPOLARE