Volantino per l’8 marzo in diffusione.

Tutti i giorni in Italia si ripropone la realtà della violenza contro le donne. Secondo una stima ISTAT, solo facendo riferimento alla violenza fisica e sessuale, ben 6 milioni e 400mila donne (quasi il 32%) in età compresa tra i 16 e i 75 anni dichiarano di aver subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita (https://www.istat.it/comunicato-stampa/la-violenza-contro-le-donne-dentro-e-fuori-la-famiglia-primi-risultati-anno-2025/). Alla quantità impressionante di donne su cui si abbattono percosse e stupri, che sfociano ripetutamente nei femminicidi, va aggiunto il numero di quelle che subiscono violenza legalizzata in vari modi.

Le donne sono più discriminate sui posti di lavoro e subiscono frequentemente violenze psicologiche, fisiche e sessuali da parte dei padroni e di chi esercita per conto loro il comando e il controllo sulla forza-lavoro e sui lavoratori dipendenti.

Nelle aule di tribunale dovranno persino dimostrare che lo stupro è avvenuto senza il loro consenso, come si evince dal disegno di legge presentato dalla Senatrice leghista Bongiorno.

Quando vogliono effettuare un’interruzione di gravidanza, diritto previsto (pur con rilevanti limitazioni) dalla legge 194/1978, nei fatti si ritrovano sempre più spesso di fronte ad ostacoli di ogni tipo. Questo a causa delle percentuali altissime di medici ‘obiettori di coscienza’ che in certe strutture ospedaliere raggiungono addirittura il 100% e della scarsa o nulla informazione di cui possono usufruire nelle strutture sanitarie. Per non parlare degli abusi psicologici e della manipolazione ‘morale’ esercitata dai movimenti clerico-fascisti cosiddetti pro-vita anche direttamente o indirettamente collegati con le campagne antiabortiste sbarcate nei salotti TV, alle quali si prestano, non senza un certo autocompiacimento perbenista e ipocrita, volti noti dello spettacolo.

Anche le pesanti condizioni economiche che interessano sempre più ampi strati di masse popolari rappresentano di fatto una forma di violenza legalizzata, oltre che una discriminazione a carico in particolare delle donne.

Infatti, cosa comportano i tagli annuali del governo clerico-fascista ai servizi per la famiglia, dalla sanità alla scuola e alle pensioni, dirottati sulle spese militari in vista di un coinvolgimento più attivo e diretto dell’Italia in una guerra imperialista, per foraggiare i vertici militari e le imprese che lucrano sui conflitti bellici per la nuova spartizione del mondo? Cosa comportano le sempre più basse retribuzioni con cui devono sopravvivere le famiglie proletarie, alle quali si aggiungono pesanti differenziazioni retributive tra uomini e donne a scapito di queste ultime? Cosa comporta la disoccupazione, in particolare quando interessa le donne? Come potrebbero diventare autosufficienti difronte a ostacoli economici e sociali quasi invalicabili? E quando anche per le donne delle famiglie appartenenti alle masse popolari si apre un qualche sbocco occupazionale, non si trovano forse spesso ugualmente costrette a rimanere rinchiuse in famiglia perché devono occuparsi dell’educazione dei figli, della gestione dell’economia domestica e dell’assistenza ai malati e agli anziani?

La condizione di oppressione in cui versano le donne oggi è evidentemente resa ancora più pesante in un’Italia governata direttamente dalle forze clerico-fasciste.

La risposta a tutto questo non può limitarsi alla denuncia morale e alla critica di tipo culturale, a cui da tempo le varie tendenze del femminismo istituzionale e borghese ci hanno abituate.

L’oppressione delle donne non sarà quindi certo risolta dalle femministe appartenenti al ventaglio dei partiti del centro-sinistra, che tentano di camuffare la loro ignobile complicità con le politiche antioperaie ed antipolari, con quelle guerrafondaie ed imperialiste e con i processi di corporativizzazione e di fascistizzazione dell’apparato statale.

Anche le femministe meno direttamente istituzionalizzate, sostituendo la contraddizione uomo-donna a quella tra borghesia e proletariato, si fanno di fatto promotrici di una propaganda corporativa e dettata da interessi particolaristici. Una propaganda che enfatizza, anche all’interno del proletariato e delle masse popolari, la figura dell’uomo come “padrone”, “oppressore” e “nemico delle donne”. Queste femministe occultano le contraddizioni di classe e scindono la condizione della donna dalla struttura economica che ne fonda e riproduce l’oppressione e la discriminazione sociale e culturale.

La storia della lotta di classe in Italia ci insegna che è il suo sistema, un sistema imperialista per di più arrogante  e straccione, la principale causa della condizione dell’oppressione delle donne. Un sistema che ne genera e giustifica la dipendenza, che incoraggia il patriarcalismo, il maschilismo e tutto il corollario di violenze e abusi che trascina con sé.

Per liberarsi del giogo della loro oppressione, le antifasciste e le antimperialiste delle masse popolari non possono sperare di appoggiarsi alle ‘sorelle’ della piccola borghesia privilegiata che, quando scendono sul terreno della concorrenza e della competizione di genere, promuovono il femminismo borghese come via per il mantenimento e l’incremento dei propri privilegi.

L’unica vera arma per la liberazione della donna e per la sconfitta del maschilismo e del patriarcalismo:

  • è l’unità delle donne antifasciste delle masse popolari per costruire, nel quadro di una Nuova Resistenza, un governo che le veda protagoniste nella costruzione di una reale democrazia popolare sulla strada verso il socialismo;
  • è l’unità delle donne antimperialiste che operano smascherando le femministe borghesi di tutti gli schieramenti politici che sostengono l’imperialismo italiano;
  • è l’unità nella comprensione dell’importanza della necessità della lotta ideologica contro le tendenze manipolative, passivizzanti e maschiliste presenti anche tra gli antifascisti e gli antimperialisti maschi e contro il tornaconto piccolo-borghese, presente tra le stesse compagne, derivante dalle logiche di delega e deresponsabilizzazione politica.

È necessaria, a partire dall’apposita formazione di gruppi e di organismi d’iniziativa politica, ideologica e culturale, avanzare verso la costruzione di un movimento popolare delle donne contro le classi dominanti, i loro governi reazionari e le femministe della borghesia privilegiata che affiancano e sostengono i partiti di potere.

 

Collettivi di Per La Democrazia Popolare